Charlie Hebdo: il Terrore visto dalla Bassa

Tre cose su cui riflettere a mente fredda, qualche settimana dopo gli attentati in Francia.

Come per molti altri, il 7 Gennaio era il mio primo giorno di lavoro dell’anno. A Molinella come a Bruxelles, a Bologna come a Parigi, si riprendevano le fila della vita normale dopo giorni di abbuffate e spensieratezza. Ammettiamolo: durante le feste, fra pranzi coi parenti, settimane bianche e politica chiusa per ferie, ci si prende un meritato distacco dall’informazione e dai problemi dell’Italia e del Mondo.

La mattina del 7 Gennaio, impegnato a mettere in fila decine di mail e programmare l’avvio delle attività dell’anno, mi era quasi sfuggita la notizia della sparatoria di Parigi, incastrata fra le tante che mi ero perso nei giorni precedenti. Durante tutta la giornata continuavano ad arrivare notizie sempre più precise, ma la gravità della situazione mi è stata chiara solamente alla sera, dopo essere tornato a casa ed aver potuto ascoltare con più calma i telegiornali e i vari approfondimenti.

L’attentato di Parigi è stato come un pugno nello stomaco.

No, non voglio sprecare nemmeno una riga in questa sede riguardo la diversità delle culture, il fondamentalismo religioso, la lotta di civiltà: nelle ultime settimane avete letto e sentito di tutto su questo argomento. Ciò che mi interessa commentare sono tre elementi che mi hanno particolarmente colpito e che dovrebbero interessare tutti noi, anche se residenti ed immersi nella nostra piccola realtà locale, lontana centinaia di chilometri da quello che è successo. Prendeteli come tre spunti di riflessione, tre argomenti su cui ragionare adesso che il momento delle reazioni a caldo è ormai passato.

Il primo aspetto che mi ha colpito è l’obiettivo scelto dagli attentatori.

Charlie Hebdo fa satira dal 1960. Il tipo di satira che fin dall’inizio hanno deciso di fare è scomoda, irritante, spudorata: una testata che ha fatto della provocazione il proprio tratto distintivo.
Attraverso queste sfide continue, da cinquant’anni testano e misurano i limiti della libertà d’espressione in Francia e per esteso in Europa: spingendosi ogni volta al limite, giornalisti e vignettisti provocano reazioni forti, pro o contro che siano. Ogni volta queste reazioni danno vita a risposte, discussioni, litigi che una volta assimilati provocano lo spostamento dell’asticella del limite un po’ più avanti. Ogni volta la tolleranza della parte più conservatrice della società civile e del potere si sposta impercettibilmente più avanti grazie alle loro provocazioni. Di questo dovremmo essere grati a Charlie Hebdo, poiché tutti noi godiamo delle loro conquiste: tutti noi ci muoviamo all’interno di quello spazio che loro contribuiscono a rendere più largo e confortevole.

Noi tutti dobbiamo essere riconoscenti agli artisti e i giornalisti che contribuiscono a rendere l’Europa un posto più libero, nonostante i difetti che ben conosciamo. Anche a Molinella, se possiamo parlare, scrivere o disegnare ogni cosa che ci passa per la testa senza temere che vengano a chiuderci la bocca, lo dobbiamo a Charlie Hebdo e a tutte le pubblicazioni che svolgono un ruolo simile, in Italia come in Francia.

Questo ovviamente non significa che essi siano esenti da critiche. Riconoscere la loro valenza all’interno di una società che voglia davvero definirsi libera, non vuol dire condividere ogni cosa che essi pubblicano, sia a livello artistico, che di contenuto. Significa però comprendere che la redazione di un giornale del genere rappresenta un simbolo della libertà d’espressione, uno dei valori più importanti su cui abbiamo deciso di basare la nostra società. Attaccare Charlie Hebdo significa attaccare la libertà di tutti, specialmente di chi non la pensa come loro, perché è proprio la pluralità delle opinioni e delle idee ad essere messa in discussione.

Per noi che veniamo dalla provincia di Bologna, città di Frigidaire e del ’77, città che ha ospitato Pazienza, Tamburini, Scozzari e Sparagna, questo dovrebbe essere più evidente che per chiunque altro: Charlie Hebdo ha influenzato nostra cultura, anche se non ne abbiamo mai comprato una copia.

Il secondo punto su cui vorrei soffermarmi riguarda l’identità degli attentatori.

I ragazzi che hanno deciso di fare questo gesto estremo erano francesi. Ovviamente erano stati addestrati all’estero e quant’altro, ma avevano vissuto quasi tutta la loro vita qui, nel civilizzato occidente.

Credo che questa dovrebbe essere considerata una grave sconfitta per la cultura occidentale.

No, non mi riferisco all’intelligence o alle forze dell’ordine: mi riferisco alla mancata integrazione. A Molinella come a Parigi dovremmo chiederci dove stiamo sbagliando se dei ragazzi nati e cresciuti nelle nostre città sentono il bisogno di arruolarsi in milizie fondamentaliste al di fuori dei loro Stati di origine. Evidentemente le nostre modalità di interazione, di coinvolgimento, il nostro modo di fornire loro mezzi per esprimersi rimanendo all’interno della cultura democratica, hanno completamente fallito.

Attenzione: non stiamo parlando di estranei cresciuti in capanne sperdute nei deserti di chissà quale nazione. Parliamo di bambini partoriti nelle nostre cliniche, ragazzini che hanno imparato a leggere e scrivere nelle classi dei nostri figli, che hanno visto la nostra televisione e respirato la nostra cultura dall’interno. Come mai questi ragazzi arrivano ad odiare la loro stessa società in questa maniera? Come mai non siamo riusciti a persuaderli della bontà delle nostre idee, della nostra cultura, della nostra società?

L’attentato di Parigi dovrebbe farci mettere in discussione le politiche di inclusione e spronarci a migliorarle. Se non è pensabile una interruzione dei flussi migratori, tantomeno è ipotizzabile l’eliminazione tutti quegli italiani, francesi, tedeschi che provengono da tradizioni diverse, ma che sono nati e cresciuti nei nostri paesi. Piaccia o no, sono milioni.

Non so se lo fosse mai stato, ma di certo oggi non è più un problema di confini o di politica estera: è una questione che si affronta quotidianamente nelle classi delle nostre scuole e nelle nostre strade. Ognuno di noi ha il dovere di porsi una domanda: “cosa posso fare per far sentire il mio vicino di casa parte integrante della comunità in cui vive e non un ospite sgradito?”.

Terzo ed ultimo punto che vorrei toccare brevemente in questo spazio è la reazione inesistente dell’Europa come istituzione di fronte all’attentato.

Questo attacco è stato deliberatamente e scientemente utilizzato dal governo francese per rafforzare la propria unità nazionale ed i consensi attorno alla figura di Hollande, in grande calo prima del 7 Gennaio. E’ un calcolo cinico, ma inevitabile in questi casi, quindi nessuna meraviglia che si sia voluto calcare la mano sulla risposta come francesi, mettendo in secondo piano l’Europa e le sue istituzioni. Vedere quella piazza gremita di capi di Stato e milioni di persone è stato bellissimo e toccante, la completa assenza di bandiere europee un po’ meno.

Se sentiamo quell’attentato come un attacco alla nostra società anche da Molinella, è perché il concetto di Europa è ormai stato interiorizzato, con buona pace degli euroscettici e dei movimenti NoEuro. Quando ad essere attaccati sono proprio quei valori condivisi che hanno consentito un’unione così stretta fra nazioni diverse, dovrebbe essere un buon momento per riappropriarsi dei propri simboli, ricordare cosa ci ha spinto ad unirci ed usare questa onda emotiva come sprone per migliorare ciò che si è creato. Il silenzio assordante dell’Europa in occasioni come queste, non è certo di aiuto per migliorare la reputazione delle sue istituzioni, specie in questi anni di crisi economica in cui i difetti sono certamente più in vetrina rispetto agli innegabili pregi.

(Articolo pubblicato su: “Molinella a Confronto” n°8 – Novembre Dicembre 2014)

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