Racconto d’Inverno

Non ho voglia di stare in casa. I miei continuano a rompere: ‘Studia!’, ‘Spegni la tv!’, ’Smetti di giocare con quel coso!’. Sempre le stesse cose, le stesse frasi, gli stessi concetti ripetuti e reiterati all’infinito.

Esco. Mi chiudo la porta alle spalle ed è come evadere da tutti i problemi: non sento più mia madre che rompe, non vedo più i libri che costantemente mi ricordano gli insuccessi scolastici, non vedo più la tv che mi propone una realtà non mia, lontana anni luce.

Tento di accendere il motorino, fatica un po’, ma non mi arrabbio: è normale dopo tutte le battaglie che abbiamo vinto insieme, ma so che anche stavolta non mi abbandonerà.

La strada scorre lenta sotto le ruote e nella mia testa si affollano pensieri di ogni tipo, si accavallano, si intersecano veloci…

‘Cazzo, oggi ho preso un altro 4 in mate: quando lo viene a sapere mia madre mi uccide!’

‘Merda, devo mettere in regola il motorino, se mi fermano me lo sequestrano…’

‘Chissà come sta B.? Merda: è più di un mese che è in ospedale, devo andarlo a trovare.’

‘Povero C.: a forza di paste ci è rimasto col botto! Quando ieri l’ho visto mi ha fatto impressione… Speriamo non sia il primo di una serie…’

‘E il G.?! Cazzo è più di un anno che non lo vedo, chissà come sta?’

‘Porca puttana, possibile che la mia generazione non riesca a divertirsi senza uccidersi?! Non è giusto!’

Tutti questi pensieri mi fanno star male, mi viene il magone e il groppo in gola è favorito da questa pianura fottuta. È inverno, gli alberi spogli sembrano fatti apposta per sostenere la nebbia in quelle poche ore del giorno in cui non scende fino a terra. È freddo, molto freddo, ma non abbastanza per nevicare: acqua e freddo, freddo e acqua, nient’altro. Non mi ricordo più da quando non si vede il cielo: di giorno niente sole, di notte niente luna… Tutto è grigio come il mio umore. La prof di italiano direbbe che è un perfetto esempio di paesaggio-stato d’animo: proprio come quello dei suoi poeti tanto amati quanto scimmiottati.

Entro nel paese, paese piccolo. Odio e amo questo paese come ogni persona odia ed ama la sua città natale: è bellissimo, ma al tempo stesso vorrei andarmene, dare un taglio netto, cambiare tutto…

‘Chissà dove sono gli altri?’ penso. Non c’è dubbio che fuori qualcuno ci sia, dubbio è solo sul luogo, ma non è un problema grosso: Moli è piccola, li troverò senza problemi.

Il motorino, quasi già sapesse la strada, gira a sinistra, arriva in piazza, di nuovo a sinistra, schivando Ponti, poi a destra. Dopo l’ultima svolta vedo la mia meta: l’Anfi. Ogni tanto penso a cosa sia, ma non sono sicuro di averlo mai capito a fondo. È un classico esempio di spreco di denaro pubblico: un parco, un campo da basket trasformato in uno pseudo-skatepark decadente, qualche albero e un grande anfiteatro di cemento armato mai utilizzato e da tempo lasciato al suo destino. Nessun molinellese usa mai questo parco: al massimo un veloce giretto col cagnolino per farlo cagare in un luogo appropriato… Solo noi, i regaz dell’Anfi, come amiamo autoetichettarci, lo frequentiamo assiduamente e forse abbiamo anche contribuito non poco allo stato pietoso in cui versa. Anni di noia, lunghe giornate senza senso e numerosissime ubriachezze moleste hanno inevitabilmente portato a porte rotte, cestini sradicati, panchine distrutte o usate come rampe per lo skate. A noi comunque non importa come sia ridotto: noi amiamo questo posto più di ogni altro, è il nostro posto, l’unico in cui siamo tutti liberi e tutti uguali. Nessun vecchio che rompe, nessuna madre che urla, solo i regaz, tutti amici, tutti fratelli.

Il motorino si ferma accanto ad altri che già conosce e finalmente sono tra i miei amici. Ci sono P., M., B., la D. e V. Non sono tanti, ma altri arriveranno: basta aspettare.

Li saluto e mi accorgo subito che sono già tutti fumati. Sorrido, non per compatirli, anzi, li capisco bene e loro sanno quello che penso anche senza parlare. Ormai le parole tra noi sono quasi superflue: mi rendo conto ogni volta di più di quanto siamo legati ed è bello. Non possiamo contare sulla comprensione dei genitori e dei parenti, tanto meno sull’aiuto delle istituzioni, ma i regaz ci sono sempre.

Vedo B. che si sdraia su un gradone. Rido. Sono le tre del pomeriggio ed è già ubriaco, forse è ubriaco da ieri sera o forse da sempre… B. è sempre B.! Secondo me è un grande: ha sempre il sorriso sulle labbra, non è mai incazzato con nessuno. Quando è alticcio, ma ad un livello ancora accettabile, filosofeggia come nessun altro e ciò porta a pensare a quanto sia sprecato un cervello fino come il suo nella vita che ha scelto. Viva la libertà: se va bene a lui deve andare bene anche a me.

Ascolto le parole che corrono: si discute ancora di R. ‘Secondo me ha fatto l’infame.’ sentenzia C.: V e P. annuiscono. ‘Bisognerebbe ascoltare prima la sua versione!’ ribatte la D. ‘L’aveva già detta la sua versione, ma ha detto cazzate a tutti quanti: chi ti dice che non lo faccia di nuovo?’ chiede P.

Accidenti, non ci pensavo quasi più a R.! L’ho conosciuto otto anni fa, quando abbiamo cominciato le medie: era un contadinazzo secchione di una frazione di Moli. Eravamo abbastanza amici, poi le superiori e ci siamo persi di vista. È rispuntato l’anno scorso e quasi non lo riconoscevo: cresta, orecchini, sempre fuori, in tutti i sensi… Da un po’ aveva cominciato a smerciare del fumo, niente di particolare, conosco gente che ne vende molto di più, ma lui non era proprio capace: si vantava, ne parlava troppo. Una sera, due settimane fa, era qui con sei o sette regaz. Era un mercoledì e come al solito tutti rollavano cannoni. ‘Digos regiaz!!!’. E’ stato un attimo: caccolo che volava lontano, sbirri che arrivavano e subito indicavano lui. ‘Tutti in caserma, ma tu vieni in macchina con noi.’ Sono usciti a tarda notte dopo una lunga perquisizione e domande fatte apposta per farti fare lo stronzo. Esce anche lui, tranquillo come un pomeriggio d’Agosto: ‘Mi han trovato due grammi e mezzo, ma sono maggiorenne, non mi hanno fatto niente: non lo sanno neanche i miei!’. I giorni dopo ci ride sopra. Ormai non si parla più del fattaccio quando sul Carlino esce l’articolo: <MEZZ’ETTO DI FUMO IN TASCA>. Cosa?! Mezz’etto??! Ma non erano due grammi e mezzo? In due giorni R. passa da piccolo pusher dell’Anfi a infame. Come è possibile che un maggiorenne con mezz’etto di fumo in tasca esca così facilmente? Niente denuncia? Niente processo? Di solito ti graziano in questo modo solo quando fai dei nomi: quando rispondi alle domande degli sbirri.

Ero assorto nel ricordo di questa brutta storia quando arriva anche B. insieme a P. e a F. È gente bella questa, gente viva: la mia gioventù è passata veloce, forse troppo veloce, accanto a queste persone.

Anche loro non tardano ad entrare nel discorso su R., dicono la loro, ma subito B. toglie un po’ della depressione che era calata sul gruppo con il suo buonumore contagioso e con la sua voglia di dire cazzate sempre e comunque.

Passiamo così buona parte del pomeriggio: loro fumano e io ascolto e contribuisco alle cagate che scaturiscono da quest’incontro di cervelli bolliti. Ogni tanto una comparsa fa il suo ingresso sul set: un regaz, uno di quelli nati all’Anfi e che ora percorrono altre strade rimanendo comunque legati a doppio filo con noi e con questo posto. Arriva, fuma, chiacchiera un po’ e poi se ne va come è arrivato.

Ridendo e scherzando arriva l’imbrunire e il primo a sollevare il problema che attanaglia tutti sono io: ‘Oh regiaz! È sabato: cosa facciamo stasera?’

‘Andiamo al Cocco?’ ‘No, mia madre mi disereda, senza contare che sono senza macchina e fino a Riccione in motorino è un bel po’ lunga…!!’

‘Andiamo a Bologna?’ ‘A far cosa? Io i soldi per il treno non ce li metto! E poi come torniamo indietro?’

‘Cuociamo la carnazza da qualcuno?’ ‘Niente case libere.’

‘Qualcuno suona da qualche parte?’ ‘Nessuno’

‘Che palle regiaz!! Io voglio divertirmi stasera: aspetto il sabato sera dal lunedì mattina! Mi sono rotto il cazzo tutta la settimana a scuola, almeno oggi mi voglio divertire!’

Il sabato sera per un ragazzo che va a scuola è tutto: è l’unico momento della settimana in cui può veramente staccare la spina, scordarsi i problemi, tornare a casa tardi dopo essersi divertito davvero. Saper di non poter far niente di sabato sera è incredibilmente deprimente: sai che deve passare un’altra settimana di merda prima di avere un’altra possibilità.

‘Allora tutti qui alle otto e mezza che poi decidiamo cosa fare.’ nessuno ha da proporre qualcosa di meglio: va bene per tutti. Penso sia una peculiarità della mia generazione quella di non saper risolvere i problemi più banali. No, non è incapacità, è colpa dell’apatia: nessuno ha voglia di impegnarsi, è molto più comodo rimandare qualcosa piuttosto che affrontarla.

È già buio: in inverno viene buio presto, troppo presto. Verso le sette il motorino mi riporta a casa, ma non ho voglia di entrarci. So che una volta dentro mia madre mi rinfaccerà che anche questo pomeriggio non ho fatto niente, che potevo tornare prima, che dovevo fare qualcosa per lei che ovviamente ho scordato un secondo dopo che me lo ha chiesto… Mi faccio coraggio: è sabato: non riuscirà a rovinarmi la serata.

Entro. Come previsto inizia in un climax ascendente con cui passa dai rimproveri agli urli. Non la ascolto e lo sa, per cui si incazza ancora di più. Mi dirigo verso la doccia: spero non continuerà la sua tiritera anche lì! Mentre entro in bagno mio padre mi sorride: capisce che le urla entrano ed escono dalle mie orecchie senza nemmeno fermarsi. Lui la conosce da più tempo di me, ci ha già fatto il callo.

Sotto la doccia si sta bene, ci starei per ore, qui sono solo e riesco a pensare. L’acqua mi scorre addosso e mi fa capire che qualsiasi cosa succeda, per quanto tutto possa andar male, io me la caverò sempre. Sicuramente è un’illusione, ma solo l’idea dà una carica non indifferente: esco dalla doccia rigenerato e di buon umore. Mi asciugo in fretta nel bagno gelido e sento il telefono suonare. È F. Lui è un regaz di diritto: lo conosco da più di tredici anni e siamo sempre stati amici, si può dire che siamo cresciuti insieme. Mi propone di uscire subito per andare alla coop a prendere da bere per la serata. Deduco in fretta che anche lui passerà la serata a Moli e che ha voglia di andar fuori come un culo… Accetto subito, mi vesto ed esco.

Ormai è un’abitudine consolidata iniziare la serata alla coop: si spende pochissimo e si può comprare da bere per tutta la serata. Mentre sono per strada mando un messaggio a F. e M., anche loro vogliono da bere e mi chiedono di prenderlo anche per loro, dopo mi ridaranno i soldi. Ok.

Incontro F. davanti alla coop, speravo fosse in macchina, ma evidentemente sua sorella o sua madre gliel’hanno fregata. Vabè, anche stasera al freddo…

Ci salutiamo ed entriamo chiacchierando: siamo tutti e due su di giri. Andiamo subito al reparto che ci interessa: ormai sappiamo a memoria la disposizione dei vini sugli scaffali. Perdiamo un sacco di tempo per decidere, poi optiamo per i soliti vini schifosi, ma molto economici. Prendiamo talmente tante bottiglie che non sappiamo se riusciremo mai a berlo tutto: tanto a Moli qualcuno che ti aiuta a finirlo lo trovi sempre!

Momenti di vergogna tremenda mentre usciamo: in un paese così piccolo dei ragazzi che escono con due sportone colme di alcolici fanno subito notizia. Decidiamo di fregarcene anche questa volta: i pettegoli ci sono, lo sappiamo, ma come dicono i Punkreas…

 ‘siam noi il nostro futuro

e chi ci giudicava

lo piglierà nel culo!’

Usciamo con questa canzone in testa e carichiamo i motorini: la nostra meta è nuovamente l’Anfi. Quando ci arriviamo non c’è ancora nessuno: perfetto, così gli scrocconi non romperanno. Nascondiamo tutto dietro la siepe, il freddo, che con il buio si è fatto pungente, porterà il bere a una temperatura ideale per sentirne il meno possibile il sapore.

Quando arrivano i primi regaz siamo già a metà della seconda bottiglia e l’alcool comincia ad agire nella testa. Prima di non capire più niente davvero metto il casco nel bauletto e tolgo le chiavi dal motorino: mi è già capitata una brutta esperienza e non voglio guidare ubriaco. Mi scuso con il motorello, ma so che lui capisce perché dovrà passare la serata parcheggiato: in fondo è anche per il suo bene!

Gli scrocconi non muoiono mai, ma finchè sono i regiaz a chiedere da bere glielo si da volentieri. Quasi senza che ne accorgessi l’Anfi si popola anche stasera. Quasi tutti fumano e quelli che non fumano bevono: alle nove e mezza siamo già tutti distrutti…

La D. ride, come sempre, collassata sui gradoni. M. pensa e non parla, insaccato nel suo giaccone. P. e V. fanno a botte per scherzare e per scaldarsi. Io, B. e F. chiacchieriamo e filosofeggiamo: molte volte lo stato mentale non ci permette di capire le parole dell’interlocutore di turno, ma continuiamo a parlare. Va bene così: siamo tutti messi uguale…! F. ride e interviene poco nelle nostre contorte elucubrazioni. Abbiamo reso piacevole una serata che non prometteva niente di buono. È questo il potere dei regiaz: basta essere insieme per divertirsi.

Verso le dieci l’alcool comincia a liberare il cervello e i pensieri tornano ad articolarsi. È un brutto segno: nessuno di noi vuole un cervello che funziona ricordando tutti i problemi, perlomeno non stasera.

Decidiamo per una spedizione al Teich. Andiamo a piedi, in balotta, facendo un gran casino per tutta la piazza. Qualche vecchietto ci guarda, ci giudica e ci condanna nello stesso momento: mi torna in mente la canzone dei Punkreas che già avevo pensato uscendo dalla coop. Rido quando l’alcool fa affiorare nei miei pensieri l’immagine di quel vecchietto che è ancora convinto di vivere, ma in realtà ha smesso molti anni fa…

Arriviamo nel locale ed entriamo appena in tempo per non essere schiacciati dalla nebbia. Il posto è piccolo, ma molto affollato: conosco praticamente tutti i presenti. Ancora una volta mi sento tra la mia gente, mi sento a mio agio come non accade nemmeno in casa.

Tra il chiacchiericcio frenetico della gente intravedo la C. e la fisso per un attimo: è bellissima. La sua immagine appare nitida nonostante la confusione dovuta al caos della sala e all’alcool nella testa. In terza media mi ero preso una sbandata micidiale per lei: mi è passata, ma resta una delle più belle ragazze di Moli. Mi avvicino attirato dalla luce che lei stessa sembra emanare e mi accorgo che è in compagnia. Saluto tutti, soprattutto lei, cercando di mascherare le ovvie lacune che il mio cervello presenta in questo momento. Ci riesco bene: ormai sono abituato a mascherare le ubriacanze.

A malincuore distolgo lo sguardo dal suo volto e raggiungo i regiaz che sono già seduti ad un tavolo e stanno decidendo che birra ordinare: in queste condizioni è un’operazione che può durare a lungo! Mi siedo e chiedo a V. di smezzare un litro di Crest: so che accetterà, gli piace.

Dopo poco arriva la birra e, quasi senza accorgermene, anche la seconda.

Nel tavolo noi rimaniamo costanti, tutto il resto gira: amici e amici di amici passano, salutano, scroccano e se ne vanno.

Tento di guardare l’ora nel cellulare e mi sorprendo vedendola, ma non appena metto via il telefono mi accorgo di non ricordare più quello che avevo appena visto: rido tra me e ripeto l’operazione che avevo appena eseguito. Ho fatto tutto questo da solo, estraniandomi per un momento dai discorsi che scorrono malati dalle bocche inferme dei regiaz. Alzo gli occhi e vedo P. che mi guarda e ride. Rido anch’io, ci siamo capiti con uno sguardo. Lui ha visto la scena e con quel riso mi ha detto: ’Ci sei rimasto! Ma vai tranquillo: capita sempre anche a me!’.

Attorno a noi il pub si sta svuotando: quelli macchinizzati stanno partendo per le discoteche, qualcuno per il Livello, qualcuno non sa dove sta andando e sale nella prima macchina in cui trova posto.

Sono le undici e mezza e siamo rimasti quasi soli. Paghiamo, usciamo e sappiamo già la nostra meta: l’Anfi. Alzandoci dalla sedia ci rendiamo conto di quanto sarà difficile stare in piedi per il resto della serata.

Il tragitto a piedi passa veloce sparando cazzate talmente grosse che dopo due passi sono già dimenticate. La nebbia ormai è scesa del tutto; non si vede ad un palmo dal naso, ma non ce ne accorgiamo nemmeno: conosciamo a memoria i marciapiedi e le strade che le nostre scarpe percorrono.

Arriviamo all’Anfi in pochissimo tempo: il freddo tremendo non lo sentiamo addosso grazie all’alcool che ci scorre nelle vene, ma inconsciamente ci ha fatto muovere le gambe molto in fretta.

Quelli più a bocconi si fermano, collassano su di un gradone e la loro serata finisce qui. Quelli che invece riescono ad avere una parvenza di equilibrio decidono per una tonda in Taverna. ’Ok, vengo anch’io.’ dico poco convinto: non mi piace molto andare in Taverna. Quel posto troppe volte ha visto i regiaz completamente a pecora sboccare ubriachi. È successo soprattutto negli anni scorsi ed è un periodo che non vorrei rivivere.

‘Speriamo non ci sia lo zio…’ penso mentre inforco il motorino.

‘Cazzo no!!!’ urlo quando mi accorgo di essermi seduto sulla sella fradicia di guazza…

Vedo V. impegnato nella difficile operazione di scendere dal cavalletto: ridiamo tutti per la scena comica, anche lui.

Partiamo. Mentre usciamo dal parco parlo con il motorino: ’Confido in te, non tradirmi. Io non ci sto dentro: guida tu e non ti imbussare per favore!’. So di non dover pensare a niente, se inizio a farmi dei viaggi non sto attento alla strada. Non riesco: la mia testa frulla e si sofferma su cose insignificanti trascurando quelle importanti… Passa il viaggio, sono arrivato, ma non ricordo niente del tragitto: so di essere andato piano, pianissimo, so di aver seguito la luce rossa del motorino di Vin, ma non ricordo nient’altro. Scendo e ringrazio il motorino che anche questa volta non mi ha abbandonato.

La nebbia è pesante e spessa, sembra che ci sia anche sotto il grande tendone della Taverna.

‘No! È qui anche lei porca vacca!!’ dico forse ad alta voce vedendola. È troppo bella, troppo simpatica, troppo tutto. Sono innamorato perso di lei da due anni ormai: la amo perdutamente e lei lo sa. Lo sa bene, ma non contraccambia i miei sentimenti, mi considera un amico, forse nemmeno quello: mi compatisce… Io soffro maledettamente per questo, penso a lei ogni giorno, ogni ora, ogni minuto… Lei, la più bella del mondo, cento volte meglio di ogni donna che sia mai esistita… Lei, intelligente, simpatica, semplicemente perfetta. Almeno ai miei occhi…

La vedo, la fisso e non riesco a distogliere lo sguardo: attorno a lei la nebbia si dirada per fare spazio alla sua prorompente bellezza: è l’unica persona che abbia veramente un significato per me. Se ci penso un po’ mi accorgo che è per lei che cerco lo sballo appena posso. Ogni persona ha i suoi motivi per evadere dalla realtà e dai suoi problemi: tutti gli affanni della mia vita passano in secondo piano se paragonati alla mia sofferenza per lei. Io sto male costantemente, non riesco a togliermela dalla testa: per non pensare a lei l’unica soluzione è non pensare proprio…

E adesso è lì, con il suo ragazzo, che tra l’altro è uno dei miei migliori amici e ciò, se possibile, mi fa soffrire ancora di più. Li saluto e vado da un’altra parte: non sopporto la visione di loro due insieme, non ce la faccio proprio. In più non voglio che mi veda così, mi compatirebbe ancora di più: come se il suo ragazzo non si devastasse ancora di più tutte le volte che lei non è in giro…

Ecco fatto: una serata cominciata con il buon umore, alcune ore in cui sono riuscito a non pensare a lei con l’aiuto di alcool e amici, si avvia alla conclusione con una depressione dilagante. Che palle!

Non sopporto questa situazione: autodistruggermi fuori, demolito da prof e genitori a scuola e a casa e dilaniato da lei dentro… Deve cambiare! Ma come? Non vedo via di uscita, sicuramente c’è, ma ancora non la vedo…

F. mi tira fuori da questo turbine di pensieri deprimenti offrendomi un cicchetto. Non so se si era accorto del mio stato, ma senza dubbio mi ha salvato.

Andiamo al bancone e mentre aspettiamo che la barista versi e mescoli, vengo aggredito dalla M. e dalla S. Sono sempre troppo attive per i miei gusti: espansive fino all’eccesso e sulla loro simpatia avrei qualcosa da ridire..!

Tra loro si salva un po’ la M.: è veramente molto bella, ma mi viene spontaneo un paragone con la ragazza di prima… bocciata senza pietà… non è degna neanche di portargli la cartella! Va bene, forse esagero, però ai miei occhi è così: sono malato lo ammetto, ma non ho ancora trovato una cura…

Non riesco a tener dietro al fiume di parole che escono dalle loro bocche: rido con loro, ma di loro, non di quello che dicono. Quando se ne vanno mi accorgo di non aver capito una sola parola di quello che mi hanno detto, ma sono riuscite a riportarmi il sorriso lo stesso.

Io e F. facciamo una capatina al piano di sopra: ci sono L. e T. al bancone. Anche loro sono ad un buon livello di rimastanza. Due chiacchiere e poi torniamo giù.

Offro un cicchetto a F.: glielo dovevo da prima. Quasi sbocco: fa schifo e fatico non poco a mandar tutto a far compagnia al resto del veleno che ho ingerito stasera.

Usciamo di nuovo. È freddo, molto freddo, la nebbia è, se possibile, ancora più fitta di prima. La Taverna mi ha già stancato e, dato che molti regiaz se ne sono già andati, propongo a F. e M. di tornare all’Anfi. Ovviamente accettano: c’è poca vita qui e certamente non la vita che fa per noi.

Il motorino mi riporta dunque in quella che da anni è la mia seconda casa. È freddo da morire e la sbornia inizia a farsi sentire più nello stomaco che in testa. È una brutta storia: anche se ormai sono abituato a questa sensazione si sta malissimo.

Sui gradoni ci sono tutti i regiaz che mancavano all’appello: qualcuno dorme, qualcuno è immerso nel suo viaggio personale, qualcuno fa la mesta per l’ultimo chilum della serata. La metà di loro ha già vomitato e io so che il mio momento non tarderà ad arrivare.

La D. è veramente a bocconi, non ha bevuto molto, ma ha fumato come non mai. È sdraiata su un gradone, con gli occhi chiusi: la prendo in giro con un tono di voce sufficientemente alto da farmi sentire anche da lei. Capisce che sto scherzando, apre gli occhi e mi saluta ridendo.

P. è chiuso dentro i suoi rasta e i suoi pensieri, ma il suo volto non fa trasparire emozioni.

Dalla nebbia all’improvviso spunta B.: canticchia allegro su una bicicletta di cui nessuno si chiede nemmeno la provenienza, fa un giro attorno all’Anfi scrutando i suoi abitanti e se ne và così come era arrivato, sparendo nella nebbia con evidenti problemi di stabilità. ‘Ciao B.!’ gli urlo prima che scompaia. Si gira, alza lo sguardo e dopo avermi inquadrato risponde al saluto mentre si allontana.

Guardo l’orologio: l’una e mezza. Penso che sia ora di dichiarare finita la serata: i dialoghi non sono il forte di nessuno in questo momento, il freddo è intenso e non credo che gli sviluppi della serata saranno molto stimolanti…

Saluto tutti e inforco per l’ennesima volta il mio fedele destriero. A trenta allora mi avvio verso casa.

Quando arrivo cerco a fatica di trovare le chiavi ed entro nel capannone. Oramai il mio corpo fa i movimenti anche senza l’assistenza del cervello: entro, dopo un passo alzo il braccio destro per accendere non il primo, ma il secondo interruttore, giro a sinistra, cammino fino alla fine del portone, alzo il catenaccio e tiro con forza. Per finire esco, metto dentro il motorino e torno a fare la stessa procedura in senso contrario.

Il lampione davanti a casa è ancora rotto e il buio e il silenzio sono totali. È una bella atmosfera: sarebbe l’ideale soggetto di un quadro cupo, ma tranquillo. Il silenzio però mi ricorda il mio stato psicofisico: la testa funziona, anche se gira non poco, ma il problema principale ora è più in basso, nello stomaco. Me lo sento in gola: non durerà ancora a lungo, lo so…

Entro in casa il più silenziosamente possibile, non accendo nessuna luce, non devo assolutamente svegliare i miei: se mia madre mi sgama di nuovo mi butta fuori di casa.

Non passo nemmeno dalla mia camera: arrivo in bagno, entro e mi chiudo dentro a chiave. Mi svesto con calma dopo aver aperto l’acqua della doccia: una doccia calda è l’ideale per ripigliarsi dopo una serata del genere. È la seconda doccia in poche ore, ma questa è proprio indispensabile!

‘Oh no! Eccoci…’

Rapida escalation del malessere che da fastidio trascurabile diventa tremendo e insostenibile. Ora sto malissimo, ma so già cos’è l’unica cosa che può farmi stare meglio…

Mi abbasso un po’ e due dita entrano nella mia bocca andando più a fondo possibile. È un momento terribile: spasmi violenti mi fan sentire improvvisamente in gola tutte le cose che stasera ho ingurgitato ed il fegato stesso. Con il primo tentativo dal mio corpo escono solo lacrimoni grossi dagli occhi che faticano a stare aperti. Con il secondo la missione è compiuta: tutta la merda che avevo in corpo esce per trovare una sede più consona negli scarichi della doccia. L’apice del dolore è proprio mentre rimetto, subito dopo mi pervade una sensazione di benessere. Mi sento vuoto, improvvisamente sano e sicuramente più felice di prima.

Continuo la doccia per un po’: mi rigenero sotto l’acqua scrosciante per almeno mezz’ora, poi esco, mi asciugo con calma e mi lavo i denti. Prima di uscire dal bagno guardo l’orologio: le due e mezza. Ho l’istinto di andare a bere un goccio d’acqua, ma so che non devo: tutto quello che dovessi ingerire, uscirebbe in men che non si dica per la stessa via da cui è entrato.

A letto mi sento tranquillo, la stanza gira, ma tutto sommato la sensazione è piacevole: il calduccio delle coperte è paradisiaco se confrontato con il freddo che c’è al di la della finestra.

Dormo, dormo bene e sogno; sogni dettati dall’alcool che è ancora in corpo: è incredibile quanti sogni si possono fare in una notte sola e ancor più incredibile può essere il loro contenuto. Sogno che corro, che prendo un treno, che bacio, che picchio e che vengo picchiato, sogno tanto e tanto mi ricordo la mattina dopo.

Vengo svegliato dai miei: sono circa le dieci e loro si stanno vestendo per uscire. Non ho voglia di rispondere a domande del tipo ‘Cosa hai fatto ieri sera? Dove sei andato? A che ora sei tornato?’ per cui faccio finta di dormire. Quando sento la porta di casa chiudersi, vado in bagno e torno a letto subito dopo: quando fuori è freddo è stupendo crogiolarsi sotto le coperte.

Mi risveglio che è già mezzogiorno, mi vesto di malavoglia e scendo le scale. Giù la nonna ha già preparato un pranzo ottimo e abbondante come al solito. Alla spicciolata arrivano zii e cugini attirati forse dal profumo di carne e tagliatelle.

Il pranzo è allegro: tutto bene. Mia madre è stranamente di buon umore e non è in vena di rompere: incredibile!

Mangio, forse troppo, sicuramente troppo e poi mi accorgo che fuori inizia a piovere. ‘Pacco!’ penso. Un’altra domenica confinato in casa: non ho proprio voglia di prender l’acqua in motorino.

Propongo a mia madre di portarmi a prendere un DVD in videoteca. Ne prendiamo due e pomeriggio e sera scorrono lenti davanti allo schermo.

‘Merda, devo studiare!’ penso oramai troppo tardi. Ormai non faccio più in tempo, quindi mi godo gli ultimi momenti di nullafacenza e poi me ne vado a letto. La mia domenica da larva sta finendo e se ne va anche il fine settimana: domani è lunedì e si torna a scuola.

Domani si muore per risvegliarsi sabato prossimo e vivere nuovamente solo il sabato sera. Che generazione del cazzo! Gente che vive si e no due giorni su sette… Non mi piace, ma forse non la cambierei per nulla al mondo…

(Racconto scritto a penna durante le lezioni del Liceo. Ho eliminato i nomi, ma chi c’era, sa.)

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