Ho appena finito di leggere Cavallo Pazzo di Larry McMurtry e volevo scrivere subito un paio di cose su questo libro, che anticipo, mi è piaciuto davvero molto.
Devo ammetterlo: ho iniziato Cavallo Pazzo non sapendo nulla. Non dico che mi aspettassi un altra epica epopea western come la quadrilogia di Lonesome Dove, ma in effetti già pregustavo un altro romanzo sullo stile dei precedenti che avevo letto. La sorpresa – piacevolissima – è stata scoprire invece un vero e proprio saggio storico. Un testo breve, ma densissimo, costruito con fonti, note, confronti tra testimonianze e soprattutto con una costante riflessione sul metodo di indagine.

Un racconto oltre la leggenda
McMurtry non si limita a raccontare la vita di Cavallo Pazzo, ma ne smonta, analizza e problematizza la figura. Si interroga continuamente su cosa significhi scrivere la biografia di un uomo che non ha lasciato nulla di scritto, le cui poche, pochissime parole, sono giunte filtrate da altri, spesso trascritte da interpreti, e quasi sempre reinterpretate dal testimone secondo la propria visione personale.
Come si può ricostruire il pensiero di un uomo che parlava poco, che rifuggiva la ribalta pubblica e che per lunghi periodi della sua vita visse isolato o in piccoli accampamenti con pochissimi testimoni diretti?
L’incertezza delle fonti
Una delle parti più affascinanti del libro è proprio la riflessione sull’incertezza delle fonti. Quando la tradizione è orale, il racconto cambia con il tempo, si carica di simboli, si mitizza. Quando le fonti scritte sono quasi esclusivamente quelle dei bianchi vincitori, la prospettiva è inevitabilmente parziale. E quando la figura storica è ormai trascesa a leggenda, come nel caso di Cavallo Pazzo, distinguere l’uomo dal mito diventa un’impresa quasi impossibile.
McMurtry affronta questa difficoltà con onestà intellettuale: non finge certezze dove non ce ne sono. Al contrario, espone i vuoti, le contraddizioni, le ipotesi ed è proprio questa trasparenza metodologica a rendere il testo così convincente.

Storie di uomini
Il merito dell’autore è anche quello di non indulgere in santificazioni. I capi – siano essi condottieri bianchi come George Armstrong Custer o leader nativi come Coda Chiazzata – vengono raccontati mettendone in luce senza timori vizi e virtù, grandezze e debolezze. Non c’è agiografia, ma nemmeno demonizzazione: solo il tentativo di comprendere uomini immersi in un conflitto storico più grande di loro.
Uno degli aspetti che più ho apprezzato è stata descrizione molto dettagliata delle diverse tribù, bande e famiglie in cui i nativi erano divisi e la sincerità con cui si descrivono i rapporti conflittuali fra essi. Senza visioni monolitiche da film wester bianchi contro selvaggi, senza indulgere in facili fascinazioni per l’indigeno ingenuo e dalla vita pura in simbiosi con la natura.

Storie di clan e famiglie
McMurtry racconta con sincerità di come i tradimenti non fossero esclusiva dei bianchi, ma comuni anche fra varie fazioni dei nativi e di come proprio invidie e antipatie siano state molto probabilmente la causa della prematura scomparsa di Cavallo Pazzo.
Per fare un esempio, ecco alcune delle tribù che l’autore descrive nel libro, con usi e costumi diversi, diverse reazioni all’arrivo dell’uomo bianco nei loro territori e spesso in guerra fra loro, molto più che con l’esercito americano.
Lakota (Sioux occidentali) – Nel libro spesso si usa il termine “Sioux”, ma McMurtry è attento a distinguere le diverse articolazioni interne:
- Oglala Lakota – la banda di appartenenza di Cavallo Pazzo.
- Brulé (Sicangu) – guidati da figure come Coda Chiazzata.
- Hunkpapa Lakota – associati a Toro Seduto.
- Miniconjou
- Sans Arc (Itazipco)
- Two Kettles (Oohenonpa)
Cheyenne
- In particolare i Cheyenne del Nord, alleati dei Lakota nelle guerre contro l’esercito statunitense.
Arapaho
- Anch’essi presenti nelle coalizioni delle Grandi Pianure.
Crow
- Tradizionali rivali dei Lakota, talvolta alleati dei bianchi.
Pawnee
- Altro gruppo spesso in conflitto con i Lakota.

Uno pezzo di storia americana
Attraverso la figura di Cavallo Pazzo, il libro illumina un capitolo di storia americana spesso eclissato dalla Guerra di Secessione o dall’epopea più “romantica” dell’Ovest. Racconta il tramonto di una grande civiltà – quella delle popolazioni native – e l’affermarsi di un’altra, fondata sì su una netta superiorità militare, ma anche su tradimenti, pressioni politiche, trattati disattesi e macchinazioni.
Una storia di battaglie (su tutte quella di Little Big Horn), trattati, grandi adunate e stermini. Un vero colpo da maestro quando per descrivere l’aspetto che doveva avere una delle più grandi adunate di popoli naviti, McMurtry prende in prestito la descrizione di una grande adunata di tribù africane descritte dai colonialisti britannici.

La storia di un territorio bellissimo
Il teatro di questa vicenda è un territorio sconfinato e conteso: le Black Hills, le Big Horn Mountains, le pianure fra South Dakota, North Dakota, Montana, Wyoming e Nebraska. Una terra bellissima e ricca, proprio per questo destinata a diventare oggetto di conquista e scontro.

In definitiva, Cavallo Pazzo è un saggio breve ma stratificato, che indaga una figura iconica cercando di andare oltre stereotipi e semplificazioni. È un libro che invita a diffidare delle narrazioni troppo lineari, a riconoscere il peso delle fonti, e ad accettare che la storia – soprattutto quando nasce dall’oralità e dalla sconfitta – è sempre un territorio incerto. Ed è forse proprio questa consapevolezza il suo lascito più prezioso.
Ah, e ovviamente aiuta a capire perché Cavallo Pazzo è il soggetto della statua più grande del mondo.

