Da quando ho letto Meno di zero, Bret Easton Ellis è, senza ombra di dubbio, uno dei miei scrittori preferiti. American Psycho, pubblicato nel 1991 generando non poche polemiche, non è semplicemente un romanzo horror o un thriller psicologico: è una delle satire più feroci, lucide e devastanti della cultura tardo-capitalista e dell’edonismo degli anni ’80.
I libri che lasciano il dubbio e varie interpretazioni su cui ragionare mi piacciono sempre, e questo è uno di quei romanzi che ti entra sotto la pelle, ti infastidisce e ti cattura allo stesso tempo. Soprattutto: è uno di quei libri che continua a girare nella testa e porre interrogativi per molto tempo dopo aver chiuso l’ultima pagina. Un pregio ineguagliabile secondo me.
Attenzione: contiene spoiler! Continuare la lettura a proprio rischio e pericolo.
La trama di American Psycho
Siamo a New York, alla fine degli anni ’80. Il protagonista e narratore è Patrick Bateman, ventisettenne yuppie di successo.
La sua vita diurna è una sequela di ossessioni vuote: la grana della carta usata per i biglietti da visita, i tavoli impossibili da prenotare al ristorante Dorsia, i completi di Valentino, la cura maniacale del corpo. Di notte, però, Patrick si trasforma (forse?) in un serial killer spietato, sadico e torturatore.
Il romanzo segue la sua routine, una discesa vertiginosa in una sequela di aperitivi, locali esclusivi, fiumi di cocaina e carneficine, fino a un finale che rimescola ambiguamente le carte.

Cosa c’è dentro questo libro
C’è tantissimo, a partire da una domanda fondamentale: che cosa è vero e che cosa no? Che cosa succede nella realtà e cosa accade solo nella testa di Patrick?
È qui che Bret Easton Ellis inizia davvero a giocare con la figura del narratore inaffidabile, un meccanismo geniale che poi replicherà magnificamente ne Le schegge e, attraverso il tema del doppio, in Glamorama.
Non solo non sei sicuro della psicologia del protagonista, ma non sei sicuro nemmeno dell’identità delle persone che lo circondano. C’è una costante confusione sui nomi: i personaggi si scambiano continuamente per altri, si salutano in modo errato, prenotano i locali con nomi falsi. Sono tutti yuppie uguali e intercambiabili, che parlano delle stesse cose, vestono allo stesso modo e frequentano gli stessi posti. È il turbocapitalismo che appiattisce l’identità, in cui conta solo l’accumulazione e l’apparenza.
C’è poi un vuoto emotivo fortissimo, tipico dei libri di Ellis, in cui i personaggi faticano sempre a provare emozioni reali. In questo, con le debite differenze, mi ha ricordato certi passaggi di Don DeLillo in Rumore bianco per la lucida osservazione del consumismo, ma anche le derive di alienazione di alcuni brani di David Foster Wallace.
La cultura pop commerciale diventa una protesi emotiva utilizzata per riempire il vuoto cosmico che ha dentro e per ostentare una normalità sociale che non possiede, ma che Patrick cerca continuamente. L’ossessione per la forma fisica, per il taglio di capelli, per la perfezione estetica, l’andare giornalmente in ufficio anche se non gli serve. Tutti questi vezzi non sono solamente l’estremizzazione dell’edonismo di fine Anni ’80, ma è anche il tentativo di trovare un’appartenenza. Patrick dice esplicitamente che vuole far parte di qualcosa.
Infine, c’è la violenza intesa come disprezzo di classe: gli omicidi colpiscono spesso gente ai margini della società. È una riuscita metafora del capitalismo che annienta con ferocia chi è debole o non produce valore (prostitute, barboni) fino ad arrivare ai colletti blu, come portieri e tassisti.
Lo stile
La prosa di Ellis è un capolavoro di alienazione. Mi è piaciuto tantissimo il tono volutamente piatto e monocorde. Le descrizioni sono esagerate, scritte con il linguaggio preconfezionato di un catalogo o di una pubblicità.
L’autore alterna in modo geniale lunghissime digressioni iper-dettagliate e quasi intercambiabili su impianti stereo, abiti d’alta sartoria e recensioni di musica pop (da Phil Collins a Whitney Houston) alla descrizione chirurgica di stupri, violenze e omicidi. Pare che lo stesso Ellis abbia dichiarato di essersi molto divertito nell’inserire apposta lunghi capitoli di critica musicale, volutamente noiosi.
Per Bateman, la sua routine di bellezza mattutina ha lo stesso peso emotivo e sintattico dello smembramento di una vittima. Questa equivalenza anestetizza il lettore, costringendolo a subire l’apatia morale del protagonista.


Un pregio del libro
La parte finale, quando Patrick prova a confessare tutto e nessuno lo prende sul serio. Questa scelta narrativa fa esplodere l’incertezza (ha solo immaginato tutto?), ma rappresenta anche una metafora straordinaria: il capitalismo non respinge i mostri che crea, non li ferma, non li sente come “altro da sé”.
Nessuno vuole dare importanza alle confessioni di Bateman. Che sappiano che è pazzo e non gli credano, o che le atrocità siano vere ma preferiscano ignorarle, il risultato è lo stesso: la società è così protetta e anestetizzata che nessuno vuole turbare la propria vita edonistica facendo entrare la realtà.
La società ignora Patrick perché ricca, protetta e anestetizzata. L’appartamento di una strage viene rapidamente ripulito e ritinteggiato dall’agente immobiliare per non perderne il valore di mercato, cancellando la tragedia in nome del profitto. “Non creare problemi” dice l’agente immobiliare quando Patrick visita l’immobile convinto di trovare ancora i corpi in putrefazione.
Un difetto del libro
Pur essendo un’opera magistrale, ho trovato che Ellis abbia indugiato un po’ troppo, per i miei gusti, sulle descrizioni delle violenze e sul sadismo. Capisco perfettamente che l’intento fosse quello di risultare volutamente respingente per farci entrare meglio nella dissociazione estrema di Patrick, ma a tratti mi è sembrato che l’autore ci sguazzasse un po’ troppo, quasi compiacendosi dello shock provocato nel lettore.
Da leggere?
Quando si parla di Bret Easton Ellis sono di parte, ma secondo me ogni suo libro merita di essere letto.
È una lettura che richiede lo stomaco forte, ma American Psycho è un classico postmoderno fondamentale per capire la nostra epoca. L’iconica frase finale del libro — “THIS IS NOT AN EXIT” — sancisce l’impossibilità di redenzione o di fuga dal labirinto dell’iper-consumismo.
Un romanzo disturbante, profetico e dannatamente brillante.
Il film
Una piccola parentesi sul film di Mary Harron: ho rifatto lo stesso errore commesso poco tempo fa con Harry Potter, ovvero guardare il film troppo a ridosso della lettura del libro. Anche se la pellicola è molto bella, ci sono troppi particolari, digressioni e ripetizioni letterarie che sullo schermo non si possono trasporre. Il risultato è che non te lo godi perché pensi continuamente a tutto quello che manca o che ti eri immaginato diversamente.
Il mio consiglio: fate passare un bel po’ di tempo tra la lettura e la visione del film.
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