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Un pomeriggio nella Monument Valley

Arrivare nella Monument Valley è come entrare nel set cinematografico che forse più di ogni altro ha contribuito a definire l’immaginario collettivo del West. Noi ci siamo arrivati percorrendo la US Highway 163, provenendo da Moab (Utah), dove avevamo alloggiato la notte precedente.

Partiamo dalle cose semplici: dov’è la Monument Valley

Molti europei associano la Monument Valley al Texas, anche se in realtà si trova tra Utah e Arizona. Perché questa confusione? Colpa di Hollywood e dei distributori dei film delle nostre parti.

La Monument Valley è diventata celebre soprattutto grazie ai film di John Ford con John Wayne. Questi film, usciti in Europa a partire dagli anni ’40, erano spesso presentati come storie ambientate in “Texas” o nel “Southwest” in generale. Il pubblico europeo non aveva familiarità con la geografia americana, e così l’immaginario del Texas = West selvaggio si è facilmente sovrapposto a quei paesaggi. Per generazioni, in Europa il Texas era il nome che evocava immediatamente il “Far West”, molto più di Utah o Arizona, che ai più suonavano esotici e sconosciuti. Hollywood stessa non era troppo precisa: le pellicole raramente specificavano con chiarezza dove fossero ambientate, e i distributori europei spesso traducevano o adattavano le location come “Texas” perché era una parola familiare e vendibile.

Utah o Arizona? Navajo Nation.

Un dettaglio curioso è che tutta la strada fino all’ingresso del parco si trova nello Utah, mentre il parco vero e proprio sorge in Arizona. Ma la distinzione più importante non è quella fra stati: la Monument Valley si trova all’interno della Navajo Nation Reservation ed è gestita direttamente dai nativi.

Questo significa che un luogo simbolo del West americano è stato riconosciuto ai suoi custodi originari, con un forte valore storico e culturale, ma anche, più prosaicamente, che l’ingresso al parco non è coperto dall’Annual Pass dei Parchi Nazionali USA, perché non è un parco nazionale, ma una riserva nativa. Il nome completo è infatti Monument Valley Navajo Tribal Park.

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Attenzione al fuso orario: a lui piace cambiare

Essendo in una posizione vicina a ben 4 Stati americani, Utah, Arizona, Colorado e New Mexico, potreste aver prenotato visite guidate o escursioni mentre eravate in un altro fuso orario. Fate ben attenzione a calcolare bene l’ora del vostro arrivo perché il parco segue regole un po’ complesse. Proviamo a spiegarle in maniera semplice.

Lo Utah segue il Mountain Standard Time (MST) con l’ora legale (MDT) come gran parte degli Stati Uniti occidentali. L’Arizona è nello stesso fuso orario, ma non adotta l’ora legale, quindi resta sempre su MST. Questo significa che in inverno (da novembre a marzo) Utah e Arizona hanno lo stesso orario, mentre in estate (da marzo a novembre) l’Arizona è un’ora indietro rispetto allo Utah.

Tutto sommato semplice no? Ecco, qui le cose si complicano.

Come abbiamo detto, la Monument Valley da parte della Navajo Nation, che qui, pur essendo parte dell’Arizona segue l’ora legale. Quindi se si visita la Monument Valley in estate, con l’orario di riferimento è quello dello Utah, e non quello del resto dell’Arizona, anche se tecnicamente, siete in Arizona.

Mal di testa? La soluzione in realtà è molto semplice: arrivare un’ora prima. Così siete sicuri di non perdere nulla e nella peggiore delle ipotesi avrete un’ora da perdere ammirando il panorama. Non ci si annoia di certo.

L’avventura prima di arrivare

Già il viaggio è parte integrante dell’esperienza: il sud-est dello Utah è un susseguirsi di paesaggi mozzafiato, dai celebri archi naturali dell’Arches National Park, alle formazioni rocciose sparse come Mexican Hat, che sembra davvero un sombrero in equilibrio precario.

Forrest Gump Point: icona (e overtourism) sulla US 163

Prima ancora di arrivare al parco, la strada ci porta a uno degli spot fotografici più famosi al mondo: il Forrest Gump Point. È qui che, nel celebre film, Tom Hanks smette di correre dopo la sua maratona coast-to-coast. Da allora, la lunga strada dritta con le sagome della Monument Valley sullo sfondo è diventata un luogo di pellegrinaggio turistico.

Oggi, però, questo punto rappresenta bene il fenomeno dell’overtourism: file di persone che aspettano il proprio turno per il selfie perfetto, spesso incuranti del traffico.

Noi ci siamo fermati per ammirare il paesaggio, ma abbiamo scelto di non fare la fila: la foto “iconica” l’abbiamo scattata direttamente dall’auto, ripartendo. Quando si vedono queste file per lo scatto perfetto, di primo acchito si maledicono i turisti banali, che riducono il viaggio a una caccia all’immagine da Instagram. Sarebbe meglio però cercare di farla diventare un’occasione di autocritica e di ripensamento del proprio modo di affrontare il viaggio.

Visitare la Monument Valley in auto

Il modo più comune per scoprire la Monument Valley è percorrere in auto il Valley Drive, un loop panoramico di circa 27 chilometri. È una strada sterrata: generalmente ben tenuta, ma con un breve tratto iniziale caratterizzato da tornanti e qualche difficoltà, soprattutto dopo piogge.

La visita richiede in media 2-3 ore. Chi vuole vivere esperienze più immersive può optare per escursioni guidate a cavallo o tour con guide Navajo, che portano in aree non accessibili autonomamente e raccontano storie e leggende legate alle formazioni rocciose.

Le viste della Valley Drive

Lungo il percorso si incontrano alcuni dei luoghi più iconici del West:

  • Artist’s Point: offre una visuale aperta e drammatica sull’intera valle, con un gioco di luci e ombre che cambia durante la giornata.
  • Three Sisters: tre pinnacoli di roccia che ricordano tre monache in preghiera, simbolo della capacità della natura di scolpire forme quasi umane.
  • Totem Pole: uno slanciato monolite che sembra un monumento rituale, ulteriore prova della forza scultorea del vento e del tempo.

Tutti questi punti sono raggiungibili con l’auto e offrono prospettive diverse sullo stesso paesaggio grandioso.

John Ford Point

Al John Ford Point, forse il punto panoramico più celebre della Monument Valley, l’esperienza si intreccia con un aspetto molto contemporaneo del turismo: la foto opportunity. Qui, quasi sempre, si trova un cowboy a cavallo pronto a mettersi in posa sullo sperone roccioso che domina il paesaggio, rievocando le scene dei film western girati proprio da John Ford negli anni ’30 e ’40. Naturalmente, lo scatto è a pagamento: un piccolo contributo per avere la foto perfetta che incarna l’immaginario del West.

Questo dettaglio, che a qualcuno può sembrare folkloristico o costruito, è in realtà una chiave di lettura importante. Per le comunità locali, il turismo rappresenta una delle poche fonti di reddito stabile in una regione segnata da una cronica scarsità di risorse economiche, tassi elevati di disoccupazione e condizioni di vita spesso difficili.

Ecco perché accanto al punto panoramico si trovano anche piccole bancherelle di artigianato navajo, dove vengono venduti monili, tessuti, abbigliamento con motivi tradizionali, oggetti in pelle e tanto altro.

Dove dormire e mangiare

All’interno della Monument Valley si trovano poche opzioni:

  • The View Hotel, con camere e balconi affacciati direttamente sulle formazioni più iconiche;
  • un campeggio e alcune strutture gestite dai Navajo, per un’esperienza più economica e in linea con la passione americana per il camping nei tipici enormi caravan che si vedono dappertutto.

Per i pasti, il ristorante del Visitor Center è la scelta principale.

Noi, abbiamo organizzato la visita come parte di un road trip. Eravamo partiti la mattina da Moab (Utah) e abbiamo poi proseguito fino a Page (Arizona): un percorso molto classico per chi esplora il Southwest americano. Quindi non possiamo dare consigli verificati di persona su come dormire o mangiare nel parco.

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Cavalli nel parco

Monument Valley e cultura americana: una riflessione dopo la visita

La Monument Valley non è solo un luogo geografico: è un simbolo cinematografico e culturale. Qui furono girati film che hanno creato il mito del West, dai western di John Ford alle pubblicità di Marlboro. La sua immagine ha attraversato l’Atlantico, diventando familiare anche in Europa, dove molti spettatori hanno conosciuto il West prima attraverso il cinema che dal vero. È proprio in questo intreccio fra paesaggio reale e mito che la Monument Valley acquista il suo valore unico. Un parco naturale straordinariamente spettacolare, ma anche un luogo che ha plasmato l’identità del West americano.

Il fatto che oggi questo luogo sia gestito dalla Nazione Navajo è estremamente positivo. Significa riconoscimento, controllo del territorio, possibilità di narrare la propria storia e di incanalare entrate turistiche verso la comunità.

D’altro canto però attrarre turisti significa anche offrire immagini facili da consumare e poco approfondimento sulle radici di questi luoghi. Anche qui si offrono “photo-op” e souvenir che talvolta ripropongono stereotipi o riducono culture vive a scenografie. La foto del cowboy in posa a John Ford Point è l’esempio perfetto.

Va ricordato che per molte famiglie delle riserve il turismo non è un’attrazione culturale fine a sé stessa, ma una fonte di reddito concreta in contesti economici spesso difficili. Vendere artigianato, posare per foto o organizzare tour è anche una strategia di sopravvivenza. Un po’ la stessa sensazione che si prova quando si legge che Toro Seduto ha partecipato agli spettacoli sul West di Buffalo Bill.

La questione, dunque, non è solo di autenticità versus spettacolo, ma di agire su chi detiene il potere di rappresentazione. Se sono i Navajo a decidere regole, prezzi e narrazioni, quel “ricatto immaginifico” può trasformarsi in autodeterminazione economica e culturale — pur non eliminando il rischio di fossilizzare immagini stereotipate. Per il visitatore la risposta pratica è semplice non limitarsi a scattare foto ai paesaggi meravigliosi, ma ragionare sui luoghi e la loro storia. Se possibile, privilegiare guide e attività gestite dalla comunità, interagire con chi vive e lavora nel parco e ascoltare le storie locali. Ma soprattutto accettare che il paesaggio sia al contempo luogo sacro, patrimonio cinematografico e fonte di reddito — una sovrapposizione apparentemente contraddittoria, che merita rispetto e riflessione.

Andrea Stella
Andrea Stellahttps://emmeaservizi.it/
Laureato in Relazioni Internazionali all'Università di Bologna nel 2010, nel 2011 ho conseguito il Master di II Livello in Management presso la Bologna Business School. Dal 2011 al 2020 Marketing Manager, Project Manager ed Account per clienti di diversi settori e dimensioni all'interno dell'Agenzia di Comunicazione Guermandi Group. Dal 2020 al 2024 attivo come Libero Professionista, in qualità di Consulente di Comunicazione e Marketing Digitale. Dal 2025 socio e responsabile area marketing e comunicazione di EMME A Servizi.

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