I ragazzi di Pod Save Molinella hanno realizzato una bellissima puntata del loro podcast in cui hanno approfondito un aspetto della storia di Molinella un po’ dimenticato. Lo hanno fatto con Enrico Verdolini, appassionato della particolarissima di storia politica molinellese.
Insieme ad Enrico sono partiti dalla serie tv del momento M Il figlio del Secolo, per parlare di come la presa del potere del fascismo sia stata particolarmente violenta a Molinella, città sino ad allora simbolo delle lotte socialiste di braccianti e mezzadri.
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Molinella era una città orgogliosamente rossa
All’inizio del Novecento, Molinella era uno dei centri più politicizzati e socialmente dinamici della pianura bolognese. In un territorio agricolo segnato da latifondi, risaie e forti disuguaglianze sociali, si sviluppò un movimento bracciantile e cooperativo tra i più organizzati d’Italia. Le leghe contadine, le cooperative di consumo e di lavoro, le società di mutuo soccorso e la Camera del Lavoro costruirono un vero e proprio “sistema socialista” locale, capace di incidere sulla vita economica e amministrativa del paese.
La Strage della Guarda
Le tensioni sociali sfociarono presto in scontri durissimi. L’episodio più drammatico fu la cosiddetta Strage della Guarda, quando nel 1914, durante agitazioni e scioperi nelle campagne, l’intervento delle forze dell’ordine portò a una repressione sanguinosa con morti e feriti tra i lavoratori. L’evento segnò profondamente la memoria collettiva locale e divenne simbolo del conflitto tra il movimento socialista e lo Stato liberale. Già negli anni precedenti e successivi, per sedare scioperi e occupazioni, il governo centrale non esitò a inviare l’esercito da Roma: Molinella fu di fatto militarizzata in più occasioni, a testimonianza di quanto la situazione fosse considerata esplosiva e politicamente pericolosa.
Massarenti: una vita da vero antifascista
In questo contesto emerse la figura di Giuseppe Massarenti, leader carismatico e sindaco, che trasformò Molinella in un laboratorio politico fondato su autogestione, solidarietà e organizzazione collettiva.
Con il primo dopoguerra e il Biennio Rosso (1919-1920), la conflittualità si acuì ulteriormente. Le cooperative e le leghe rosse consolidarono il proprio peso, ma divennero anche bersaglio delle violenze squadriste.
L’avvento del fascismo portò allo smantellamento sistematico dell’esperienza politica molinellese: sedi incendiate, dirigenti perseguitati, cooperative sciolte o commissariate. Massarenti stesso fu costretto all’esilio. Quella che era stata una delle roccaforti del socialismo emiliano venne progressivamente normalizzata dal regime, chiudendo una stagione di straordinaria partecipazione popolare e di aspro conflitto sociale che aveva segnato l’identità politica di Molinella per oltre vent’anni.
Il manicomio come misura di disumanizzazione dell’avversario politico
Con l’ascesa dello squadrismo e poi del regime fascista, Massarenti fu oggetto di persecuzioni sistematiche: aggressioni, devastazioni delle cooperative, intimidazioni personali, fino all’arresto e all’esilio. In questo clima si colloca anche il suo ricovero in manicomio, utilizzato come strumento di pressione e umiliazione politica. In Italia, tra fine Ottocento e primo Novecento, l’internamento manicomiale poteva essere disposto non solo per ragioni cliniche ma anche per “pericolosità sociale”, con ampi margini discrezionali. Per un leader politico, essere dichiarato o trattato come “instabile” significava delegittimarlo pubblicamente, insinuare il dubbio sulla sua lucidità e trasformare il dissenso in patologia.
Il manicomio, in questo senso, funzionava come dispositivo di disumanizzazione dell’avversario: non più un antagonista politico da contrastare sul piano delle idee, ma un individuo da neutralizzare perché “anormale”. Il ricovero colpiva l’onore, la credibilità e la capacità di azione, isolando la persona dal proprio contesto sociale. Nel caso di Massarenti, il tentativo di ridurlo al silenzio attraverso l’umiliazione e l’emarginazione si inserisce in una strategia più ampia che culminò con lo smantellamento del sistema cooperativo molinellese dopo l’avvento del fascismo. La sua vicenda mostra come, in quella fase storica, la repressione non fosse solo fisica o giudiziaria, ma anche simbolica: colpire la mente dell’avversario – o dichiararla tale – diventava un modo per negargli legittimità politica e dignità civile.
La lezione della storia completamente dimenticata
Nonostante tutto questo, i dirigenti attuali del Partito Social Democratico di Molinella fondato da Massarenti, sono ora alleati con l’estrema destra e con tutti i partiti nostalgici del fascismo. Una aberrazione che non si può giustificare con il vile opportunismo politico: un vero e proprio insulto alla memoria dei nostri antenati e tutto ciò per cui hanno combattuto.


