Il Montana su di me ha sempre esercitato un fascino particolare. Il motivo principale è abbastanza semplice: ho sempre amato le montagne, la neve e in generale quei posti dove l’inverno è davvero inverno. Quei luoghi dove per diversi mesi all’anno fa freddo sul serio, dove le strade attraversano grandi vallate circondate da cime innevate e dove la natura sembra avere ancora dimensioni incompatibili con quelle a cui siamo abituati qui, nel meridione d’Europa.
Poi naturalmente c’è tutto il resto. Il mito del West, i ranch, i cowboy, le grandi praterie, i bisonti, le riserve indiane e decine di film western ambientati da queste parti. Negli ultimi anni ci si è messa anche Yellowstone, la serie televisiva con Kevin Costner, che ha probabilmente fatto più di qualsiasi campagna turistica per rendere il Montana ancora più desiderabile agli occhi di chi ama l’immaginario dell’Ovest americano.
Insomma, prima ancora di andarci avevo già costruito nella mia testa un Montana piuttosto preciso. Nell’agosto del 2025 sono finalmente riuscito a vederlo.
Non avevo però molto tempo a disposizione. Ero ormai nella parte finale del mio viaggio on the road nel Pacific North West e nel Great American West e avevo già cominciato il lungo percorso di ritorno verso Seattle, da dove pochi giorni dopo sarei ripartito per l’Italia.
Sono quindi rimasto in Montana soltanto quattro giorni, che non sono certo sufficienti per conoscere uno stato grande una volta e mezza l’Italia. Sono però bastati per attraversarne una buona parte, vedere città molto diverse tra loro, visitare uno dei luoghi più importanti della storia del West e soprattutto percorrere centinaia di chilometri attraverso alcuni dei paesaggi più belli dell’intero viaggio.
4 giorni in Montana
Sono entrato in Montana da sud-est, arrivando dal Wyoming, e ne sono uscito quattro giorni dopo verso ovest, entrando in Idaho.
In mezzo ci sono stati Billings, Bozeman, Helena, le grandi pianure del centro dello stato, il Glacier National Park, Flathead Lake e soprattutto tantissima strada.
Ed è forse proprio la strada la cosa che ricordo maggiormente del Montana. In quattro giorni il paesaggio cambia continuamente: dalle praterie quasi secche del sud-est alle montagne del Glacier, passando per vallate enormi, fiumi, laghi e piccoli paesi dove sembra davvero di essere entrati in un film.
Questo è stato il mio itinerario.
Giorno 1
Dal Wyoming al Montana
Sono entrato in Montana nel primo pomeriggio del 19 agosto arrivando dal Wyoming.
Dopo alcuni giorni trascorsi tra Cody, Yellowstone e le strade del Wyoming settentrionale, ho attraversato il confine poco a nord di Dayton e mi sono diretto verso la Interstate 90.
Da quel momento la I-90 sarebbe diventata una presenza quasi costante nei primi due giorni di viaggio.
È una delle grandi autostrade che attraversano gli Stati Uniti da est a ovest e in Montana segue per lunghi tratti vallate enormi, con le montagne all’orizzonte e distanze che sembrano sempre maggiori di quanto suggerisca la cartina.
Little Bighorn Battlefield
Pochi chilometri dopo essere entrato nello stato sono arrivato al Little Bighorn Battlefield National Monument, all’interno della Crow Reservation.
È uno dei luoghi simbolo della storia americana.
Qui, il 25 e 26 giugno 1876, le forze Lakota, Cheyenne e Arapaho affrontarono il Settimo Cavalleria dell’esercito statunitense comandato dal tenente colonnello George Armstrong Custer. Cinque compagnie agli ordini diretti di Custer vennero annientate.
Per chi è cresciuto con i western, Little Bighorn è uno di quei nomi che sembra appartenere più alla mitologia che alla geografia. Negli ultimi tempi però, ho approfondito molto quello che successe quel giorno e l’importanza che ha avuto nella storia americana. Ne ho parlato un po’ in questo articolo: Cavallo Pazzo di Larry McMurtry. Ho recentemente letto anche Custer, sempre di Larry McMurtry, per una visione anche dell’altro lato della medaglia e forse farò un articolo specifico su questo argomento.
Purtroppo quando sono arrivato il memoriale era chiuso, quindi ho potuto vedere solo da lontano i luoghi dove si è effettivamernte combattuto. Ci sono soprattutto colline coperte d’erba, il vento, una strada che attraversa il campo di battaglia e piccoli cippi bianchi che indicano i luoghi dove furono ritrovati i corpi dei soldati.

Attraverso la Crow Reservation
Da Little Bighorn sono tornato sulla I-90 e ho continuato verso nord.
Per diversi chilometri l’autostrada attraversa la Crow Reservation, in un paesaggio che cominciava già ad assomigliare molto all’idea che mi ero sempre fatto del Montana.

Colline basse, grandi spazi vuoti, ranch, lunghissimi treni merci e un cielo che sembra occupare metà del panorama.
Del resto uno dei soprannomi ufficiali del Montana è proprio Big Sky Country. Percorrendolo in automobile si capisce immediatamente perché.

Billings
Nel pomeriggio sono arrivato a Billings, la città più popolosa del Montana.
Billings non è certamente una delle città americane che visiterei organizzando appositamente un viaggio. Ma all’interno di un itinerario on the road è una sosta interessante, anche perché dopo chilometri di piccoli centri rappresenta improvvisamente un ritorno alla città vera e propria.
Prima di cena sono andato a Coulson Park, lungo lo Yellowstone River.
Lo Yellowstone è lo stesso grande fiume che avevo visto pochi giorni prima all’interno dell’omonimo parco nazionale. Ritrovarlo qui, molto più largo e tranquillo, è stato uno di quei piccoli collegamenti geografici che durante un road trip aiutano a capire realmente le dimensioni del territorio.

Nel quartiere residenziale che si attraversa per arrivare al parco, mi hanno attraversato la strada alcuni cervi. Qui la natura la fa ancora da padrona.
Per cena ho scelto Dickey’s Barbecue Pit, un locale storico e uno dei BBQ più noti della città. Dopo un’intera giornata trascorsa al volante tra praterie, luoghi della storia del West, concludere la serata davanti a carne morbidissima e salsa barbecue mi è sembrato davvero perfetto. Posto molto consigliato!

Giorno 2
Il secondo giorno è stato probabilmente il più urbano del viaggio. Da Billings ho ripreso ancora una volta la I-90 dirigendomi verso ovest.
La prima destinazione era Bozeman.
Bozeman
Bozeman è stata una delle sorprese del viaggio.
È una città relativamente piccola, ma molto viva grazie soprattutto alla presenza della Montana State University.
È anche una delle città del Montana che negli ultimi anni sono cresciute maggiormente e, passeggiando per il centro, si percepisce immediatamente come sia molto diversa dall’immagine classica del piccolo paese del West. Oltre che nella serie Yellowstone, avevo già sentito parlare di Bozeman da Fracesco Costa, che spesso ne ha fatto un esempio di città trasformata dall’immigrazione californiana. Main Street è infatti piena di librerie, caffetterie hipster e negozi alla moda. Gli abitanti stessi del Montana, odiano Bozeman, perché non la riconoscono più. L’hanno soprannominata Boz Angeles…!

Ho passeggiato un po’ per il centro e mi sono fermato qui anche per pranzo.
Effettivamente capisco il motivo dell’ostilità dei puristi del Montana per questa cittadina, contagiata dai democratici californiani, però a me la California piace moltissimo, quindi non sono particolarmente disturbato da questa contaminazione!


American Computer & Robotics Museum
Ma Bozeman non è famosa solamente per cedere alle lusinghe del’America Woke: è anche una città con una grande valenza storica. Proprio qui infatti è stato inventato il motore a curvatura e i Vulcaniani hanno stabilito il primo contatto con la civiltà umana!
Inspiegabilmente, non c’è in tutta Bozeman, un monumento che commemori questo evento così importante. Quindi per rimediare, sono andato a fare una visita all’American Computer & Robotics Museum, piccolo museo dedicato alla storia dell’informatica, dei computer e della robotica.
Precisamente si trova a Stadium Drive, un isolato a ovest del campus della Montana State University. Mi ha accolto uno studente e mi ha fatto fare un tour guidato del museo, raccontandomi cose con la passione che solo un vero nerd può avere.


Il percorso parte molto prima dell’invenzione del personal computer e prova a raccontare l’evoluzione degli strumenti utilizzati dall’uomo per calcolare, comunicare e memorizzare informazioni.
Per chi, come me, lavora da anni nel digitale, è anche un divertente viaggio nel tempo. Molti oggetti che oggi sembrano reperti archeologici in realtà appartengono a un passato sorprendentemente recente.
Lasciando la Interstate 90
Dopo Bozeman sono tornato sulla I-90. Spazi enormi, praterie a perdita d’occhio e qualche piccolo paese sparso qua e là.
Poi ho virato verso nord ovest sulla 287, per andare verso Helena, la capitale dello stato e sulle strade secondarie si può più facilmente entrare ad esplorare qualche paesino, decisamente più fedele di Bozeman all’idea di West rurale che tutti abbiamo in testa.

Helena
Nel tardo pomeriggio sono arrivato a Helena, capitale del Montana.
Con poco più di 30.000 abitanti è una capitale decisamente diversa da quelle a cui siamo abituati in Europa. Anche questo, però, fa parte del fascino delle piccole capitali degli stati americani.
La prima tappa è stata inevitabilmente il Montana State Capitol, il grande edificio con la cupola che ospita il governo dello stato e dove lavorava il Governatore John Dutton prima di venire ucciso per colpa del figliastro.


Un Parlamento statale molto meno esagerato nelle dimensioni e nello stile, se paragonato a quelli che ho visto in Utah o in Texas, ma comunque un luogo carico di fascino e storia. E con una vista niente male.

Poi mi sono spostato verso il centro città, ma non prima di aver dato un’occhiata da vicino ai monumenti locali.

La Cattedrale di Sant’Elena
Uno degli edifici che spiccano maggiormente nello skyline della città è la Cathedral of Saint Helena. Con le sue due alte guglie neogotiche sembra quasi sproporzionata rispetto alle dimensioni della città.


È uno di quegli edifici che non ti aspetti necessariamente di trovare nel mezzo del Montana e proprio per questo finisce per essere ancora più interessante. Soprattutto è una delle più grandi e belle chiese cattoliche che io abbia visto girando per gli USA. Me ne ricordo di altrettanto auguste solo a New York, New Orleans e Saint Louis…
Last Chance Gulch
La parte di Helena che mi è piaciuta maggiormente è però Last Chance Gulch.
Il nome deriva dalla corsa all’oro che portò alla nascita della città nel XIX secolo e oggi indica la zona centrale di Helena, in gran parte pedonale, piena di negozi, locali ed edifici storici.

È qui che ho concluso la giornata. Passeggiata, cena e prima di rientrare al B&B che avevo prenotato poco distante.
La mattina successiva mi aspettava la tappa più lunga e, probabilmente, il giorno più bello dell’intero itinerario.

Giorno 3
Se i primi due giorni erano stati soprattutto un viaggio attraverso la storia e le città del Montana, il terzo è stato quasi interamente dedicato ai paesaggi.
L’obiettivo finale era il Glacier National Park, ma prima di arrivarci c’era parecchia strada da fare.
Upper Holter Lake e Gates of the Mountains
Da Helena mi sono diretto verso nord seguendo il corso del Missouri. Una delle prime soste è stata nella zona di Upper Holter Lake, vicino alle Gates of the Mountains.
Il Missouri qui esce dalle strette gole montane per allargarsi nella zona collinare e poi distendersi fra le praterie. Da qui insomma, iniziano le Montagne Rocciose.

Il nome Gates of the Mountains risale alla spedizione di Lewis e Clark, che attraversò questa zona seguendo il Missouri.
Oggi Upper Holter Lake è un grande bacino lungo il fiume, circa 45 miglia a nord di Helena, circondato dalle montagne e da un paesaggio che da solo meriterebbe molto più tempo di quello che avevo a disposizione.
Ma dovevo continuare verso nord, quindi sono ripartito subito aver ammirato la statua di Jim Dolan.

La statua raffigura un allevatore (stockman) locale insieme al suo cane, due figure iconiche della vita rurale dello stato. L’opera è accompagnata da targhe commemorative che celebrano la storia dell’allevamento della zona, menzionando in particolare due storici ranch locali: l’Hilger Hereford Ranch e il Sieben Ranch.
Augusta
La tappa successiva è stata Augusta.
Piccola, piccolissima. Uno di quei paesi del West che sembrano esistere soprattutto perché a un certo punto qualcuno doveva pur costruire un distributore di benzina, un bar e qualche casa lungo la strada. Ed è proprio questo il loro fascino.

In un viaggio del genere le grandi attrazioni sono importanti, ma lo sono altrettanto questi piccoli centri dove ci si ferma dieci minuti, si fa benzina, si compra qualcosa da bere e per un attimo ci si guarda intorno chiedendosi come sarebbe vivere tutto l’anno da queste parti.
Soprattutto a gennaio.
Montana Scenic Loop
Si va verso nord seguendo la 287, detta anche Montana Scenic Loop. Volete sapere il motivo per cui questa strada è nominata così? Eccolo.

Egg Mountain
Poco oltre Augusta mi sono fermato presso l’Egg Mountain Historical Sign.
Il Montana è uno degli stati americani più importanti per la paleontologia dei dinosauri e questa zona è diventata famosa soprattutto grazie ai ritrovamenti di nidi, uova e resti di giovani dinosauri.
È una sosta piccola, praticamente un cartello lungo la strada, ma è esattamente il genere di luogo che mi piace incontrare durante un viaggio on the road.
Non è necessariamente qualcosa per cui partiresti dall’Italia. Ma visto che ci passi davanti, perché non fermarsi per sgranchire un po’ le gambe?

Browning e la Blackfeet Reservation
Continuando verso nord il paesaggio cambia ancora.
Le montagne vere cominciano ad avvicinarsi e si entra nella Blackfeet Indian Reservation.
Qui si trova Browning, uno dei principali centri della riserva e la povertà rispetto alle altre cittadine del Montana che ho attraversato è ben visibile ovunque.

Mi sono fermato a pranzo in un fast food e le persone che ho incontrato sembravano uscite dritte dritte da qualche film molto realistico sulla estrema periferia americana.


Glacier National Park
La presenza delle montagne all’orizzonte diventa sempre più imponente e ormai è evidente che il Glacier National Park è vicino.
Da Browning ho continuato verso il parco, il cui ingresso è a poche miglia.
Il Glacier National Park era naturalmente una delle tappe che aspettavo maggiormente. Le aspettative erano alte e non sono state affatto deluse.
Il parco tutela un enorme territorio delle Montagne Rocciose settentrionali fatto di valli modellate dai ghiacciai, laghi alpini, foreste e alcune delle montagne più spettacolari che abbia visto negli Stati Uniti.

Purtroppo avevo soltanto alcune ore a disposizione. Il modo migliore per utilizzarle era evidente: percorrere la Going-to-the-Sun Road.
Going-to-the-Sun Road
Ci sono strade che servono per raggiungere un luogo. E poi ci sono strade che sono il luogo. La Going-to-the-Sun Road appartiene senza dubbio alla seconda categoria.
Attraversa il Glacier National Park per circa 50 miglia, collegando il lato orientale con quello occidentale e superando il Continental Divide a Logan Pass, a oltre 2.000 metri di quota.
La strada sale lentamente dalle vallate fino all’ambiente alpino. A ogni curva cambia il panorama. Montagne verticali, cascate, foreste, pareti rocciose e vallate che si aprono centinaia di metri più in basso.

È una strada abbastanza stretta in diversi punti, specie nel lato occidentale, e certamente richiede attenzione alla guida, ma non l’ho trovata particolarmente problematica.
Il problema principale sono i guidatori americani, non certo avvezzi a guidare fra i tornanti, e le loro auto giganti. Peggio: i camper e i caravan immensi che guidano quando vanno a visitare i parchi sono decisamente ingombranti in una stretta strada di montagna. Tutto sommato comunque per noi europei, non è una strada più pericolosa di un qualsiasi passo alpino.

Ogni pochi chilometri c’è un punto panoramico che sembra migliore del precedente, ma attenzione: molti sono dal lato sinistro della strada, quindi più comodi per chi proviene da ovest e va verso est. Niente cui non si possa rimediare, ma purtroppo i visitatori che andavano in direzione opposta alla mia erano sicuramente avvantaggiati nel cercare parcheggio nelle piazzole più affollate.
Logan Pass
Il punto più alto della strada è Logan Pass, a 6.646 piedi, circa 2.026 metri.
Qui la Going-to-the-Sun Road attraversa anche il Continental Divide. In agosto c’era ovviamente molta gente, ma il luogo rimane spettacolare. Il panorama è completamente alpino e per qualche istante, guardando montagne, conifere e prati d’alta quota, è facile dimenticarsi di essere negli Stati Uniti.

Lake McDonald
Scendendo verso il lato occidentale del parco sono arrivato si costeggia un bel torrente, che si può raggiungere con una breve passeggiata.

Il torrente è il principale immissario di uno dei luoghi simbolo del Glacier: Lake McDonald. Un enorme lago glaciale circondato da montagne e foreste, perfetto per concludere l’attraversamento del parco.
Il sole stava ormai scendendo e il paesaggio aveva quella luce di fine giornata che rende tutto ancora più bello.

Avrei voluto fermarmi molto di più. Ma dovevo arrivare a Kalispell.
Kalispell
La giornata si è conclusa a Kalispell, principale centro della zona a ovest del Glacier National Park.

Dopo chilometri di montagne e strade panoramiche avevo un obiettivo molto semplice: mangiare.
Sono finito da Gary’s Local Burgers. Una vera autorità locale a quanto pare.

Giorno 4
Il quarto giorno era anche l’ultimo in Montana. Il viaggio ormai puntava decisamente verso Seattle e quindi verso ovest. Ma prima di lasciare lo stato c’erano ancora parecchi chilometri interessanti da percorrere.
Flathead Lake
Da Kalispell sono sceso verso sud costeggiando Flathead Lake.
È un lago enorme. Talmente grande che per parecchio tempo guidi trovandotelo e ritrovandotelo accanto.

Mi sono fermato nella zona di Angel Point e poi ho continuato per molti chilometri sulla US 93, mantenendo quasi sempre il lago nelle vicinanze.

Dopo le montagne strette e verticali del Glacier National Park, Flathead Lake offre un paesaggio completamente diverso: più aperto, rilassato, quasi mediterraneo in alcuni punti nonostante ci si trovi nel nord del Montana.
Pablo e la Flathead Reservation
Continuando verso sud, ho lasciato la 93 per addentrarmi in strade secondarie all’interno della Flathead Indian Reservation.
La riserva è la terra delle Confederated Salish and Kootenai Tribes e occupa una grande parte della valle a sud di Flathead Lake. Ho attraversato la cittadina di Pablo, un altro posto dove si può toccare con mano il degrado e la povertà in cui versano molte cittadine delle riserve.

Poco più a sud si trova anche la Bison Range, una delle più importanti aree di conservazione dei bisonti negli Stati Uniti. Non sono entrato nella riserva faunistica vera e propria, ma sono passato nelle sue vicinanze continuando verso sud.
La Bison Range occupa quasi 19.000 acri nel cuore della Flathead Reservation e dal 2022 è tornata interamente sotto la gestione delle Confederated Salish and Kootenai Tribes.
Anche questo è un piccolo pezzo della storia contemporanea del West che vale la pena conoscere.
Attraverso la Lolo National Forest
Da qui ho lasciato progressivamente le zone più aperte della Flathead Valley e sono entrato in un paesaggio ancora diverso.
Prima la Montana Highway 200, poi la 135, attraverso la Lolo National Forest.
Foreste, montagne e pochissimi centri abitati. Ma anche fumo e tanti mezzi dei pompieri per spegnere un vicino incendio.

Saint Regis e l’ultima Interstate 90
A Saint Regis sono tornato infine sulla Interstate 90. Prima, però, mi sono fermato per pranzo al Jasper’s Restaurant, proprio dove la 135 incrocia la I-90.
Poi ancora una volta verso ovest.
La I-90 attraversa qui una stretta valle tra montagne completamente ricoperte di boschi. Era l’ultimo tratto di Montana. Pochi chilometri dopo ho superato il confine ed sono entrato in Idaho.
Il Montana che mi aspettavo esiste davvero
Sono rimasto in Montana soltanto quattro giorni.
Troppo pochi.
Non ho visto Missoula, non ho visitato la parte settentrionale del Glacier National Park, non ho percorso molte delle strade secondarie che avevo segnato prima della partenza e soprattutto non ho avuto il tempo di fermarmi davvero nei posti.
È stato più un attraversamento che una visita completa.
Ma forse proprio per questo mi ha lasciato ancora più voglia di tornarci.
Perché il Montana che mi ero immaginato per anni esiste davvero.
Il Montana reso celebre da film e serie televisive con le montagne imponenti, le enormi vallate, i ranch, le praterie, i bisonti, le cittadine minuscole, gli inverni che devono essere terribili e quelle strade dritte che sembrano andare avanti per sempre.
Ma c’è anche il Montana più rurale e povero, quello delle riserve indiane, ma anche quello delle periferie bianche raccontato magnificamente in libri come Old King e Ruthie Fear di Maxim Loskutoff. Libri che mi hanno profondamente colpito e di cui voglio assolutamente vedere dal vivo i luoghi.

