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“La settimana bianca” di Emmanuel Carrère

La settimana bianca di Emmanuel Carrère è un romanzo breve, freddo, inquietante. Uno di quei libri che sembrano piccoli, quasi laterali, ma che continuano a far lavorare la mente dopo averli chiusi. Che è poi la cosa che mi piace di più in libro.

Il titolo rimanda a qualcosa di familiare e rassicurante: una vacanza sulla neve, una gita scolastica, uno chalet, i compagni di classe, le piste da sci, la routine delle giornate organizzate dagli adulti. Carrère, però, parte proprio da questa normalità per costruire qualcosa di molto più ambiguo.

Non gli servono grandi effetti, né un ritmo da thriller, né colpi di scena e neppure la descrizione di atti violenti. La tensione nasce piano, da piccoli spostamenti, da una paura infantile o una fantasia che prende troppo spazio.

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La trama di La settimana bianca

Il protagonista è Nicolas, un bambino che parte per una settimana bianca con la scuola.

Nicolas arriva allo chalet insieme ai compagni, ma fin dal viaggio in macchina, compiuto da solo e non con i suoi compagni, capiamo che è un bambino un po’ diverso. È spaesato, timido, impacciato. Si porta dietro le sue paure, i suoi pensieri, le sue fantasie e una difficoltà evidente a stare dentro il gruppo.

Nicolas pare un bambino come tanti. Quel bambino un po’ introverso e dal pianto facile che solo alcuni di noi sono stati, ma che tutti, prima o poi, hanno conosciuto. Quello che nelle colonie, nelle gite scolastiche o nelle vacanze organizzate viene percepito da compagni ed educatori come più fragile. Quello che fa fatica a entrare nel gruppo, teme di sbagliare, si sente osservato e finisce spesso ai margini. Quel bambino che gli altri bambini, con la crudeltà inconsapevole dell’infanzia, possono prendere di mira perché lo sentono più debole.

Carrère costruisce il romanzo intorno a questa fragilità emotiva e psicologica, raccontando tutto dal punto di vista di Nicolas.

La settimana bianca diventa così il luogo in cui Nicolas deve misurarsi con gli altri, con gli adulti, con la distanza da casa e soprattutto con ciò che ha dentro. Perché la storia non si svolge soltanto nello chalet o sulle piste da sci. Si svolge nella sua testa e nella sua fantasia, che prima ci pare un rifugio e poi, man mano che la storia si dipana, forse un luogo dove proteggersi da una realtà troppo traumatica da capire e affrontare.

Cosa c’è dentro questo libro

In questo libro ci sono tante cose.

C’è l’infanzia: non quella addolcita e nostalgica, ma un luogo vulnerabile, esposto, pieno di paura, vergogna, equivoci e pensieri che gli adulti spesso non vedono.

C’è la solitudine di un bambino che non riesce a sentirsi davvero parte del gruppo.

C’è il disagio delle gite scolastiche, delle camerate, dei pasti condivisi, delle piccole gerarchie tra bambini, dei primi meccanismi di esclusione.

E c’è la fantasia. Una fantasia molto pronunciata, che per Nicolas diventa rifugio, ma anche labirinto. Il bambino immagina, deforma, collega tra loro segnali, costruisce storie possibili. Lo fa per proteggersi da una realtà che non riesce a comprendere. Lo fa per scappare da una quotidianità difficile, da qualcosa che pesa come un macigno, ma che non trova ancora parole precise.

Per tutto il libro siamo dentro questa mente infantile.

Non vediamo il mondo in modo neutro. Lo vediamo filtrato dalla paura di Nicolas, dalla sua vergogna, dai suoi desideri di accettazione, dalla sua immaginazione. E proprio questo rende il romanzo così inquietante: noi adulti intuiamo che qualcosa non va, ma lo scopriamo man mano attraverso lo sguardo di un bambino.

C’è poi un altro grande tema, tipicamente carrèriano: la normalità dei mostri.

Quando sentiamo un fatto di cronaca terribile alla televisione o lo leggiamo sui giornali, tendiamo a separare. Da una parte noi, la vita ordinaria, la normalità. Dall’altra loro, i mostri, l’orrore, l’eccezione.

Carrère lavora quasi sempre nella direzione opposta. Prende ciò che appare mostruoso e lo riporta dentro la normalità. Non per giustificarlo, non per ridurlo, non per renderlo accettabile. Ma per strappargli quell’alterità assoluta che gli attribuiamo quando lo osserviamo da lontano.

Lo farà in modo ancora più esplicito ne L’avversario. Qui, però, il movimento è diverso. In La settimana bianca il punto di vista non è quello di un adulto opaco o colpevole. È quello di un bambino innocente. Ed è proprio questa scelta a rendere il libro così forte. Carrère non ci mette davanti all’orrore: ci fa passare attraverso chi non ha ancora gli strumenti per capirlo.

Lo stile

Lo stile è quello tipico di Carrère: asciutto, preciso, magnetico.

Carrère ha una capacità rara. Riesce a rapire l’attenzione senza contare necessariamente su un ritmo incalzante o su continui colpi di scena. Anzi, spesso fa il contrario. Racconta cose quotidiane. Una partenza. Una valigia. Una camerata. Una conversazione con un compagno. Una paura notturna. Un pensiero irrazionale. Una fantasia. Scene che, in mano ad altri, potrebbero sembrare passaggi di servizio. Qui invece diventano sostanza narrativa.

Carrère sa raccontare i dettagli: sa creare un affresco attraverso cui entriamo nella mente del protagonista, anche se è completamente diverso da noi. In una descrizione apparentemente marginale può nascondersi tutto: una relazione familiare, un trauma, una minaccia, una vergogna, una paura.

Il libro procede per accumulo, non per esplosione. La tensione nasce dalla sproporzione tra ciò che accade e ciò che Nicolas immagina. Tra il mondo degli adulti, opaco e indecifrabile, e quello del bambino, pieno di paure e spiegazioni inventate.

Un pregio del libro

Il pregio principale del libro è la scelta del punto di vista.

Raccontare una storia così attraverso la mente di un bambino è una scelta difficilissima, perché il rischio è doppio: o rendere il bambino troppo adulto, trasformandolo in uno strumento dell’autore, o renderlo troppo ingenuo, cadendo nella caricatura.

Carrère evita entrambe le cose.

Nicolas pensa da bambino. Ha paure da bambino. Fantastica da bambino. Fraintende, esagera, si vergogna, desidera essere accettato, si sente escluso, costruisce spiegazioni sproporzionate a partire da segnali minimi.

E proprio per questo funziona. Perché la sua percezione è limitata, ma non stupida. Confusa, ma non vuota. Infantile, ma non falsa.

Carrère ci fa abitare quella zona in cui i bambini sentono molto più di quanto capiscano. Percepiscono tensioni, assorbono paure, registrano gesti e silenzi, ma non hanno ancora gli strumenti per dare un nome preciso alle cose.

Il libro è potente perché si dipana nello spazio ambiguo tra percezione e comprensione.

Un difetto del libro

Il possibile difetto del libro è anche una conseguenza della sua forza.

La settimana bianca è un romanzo molto controllato, molto chiuso dentro il punto di vista di Nicolas, molto costruito sull’atmosfera. Questo lo rende inquietante, ma può anche dare a qualcuno la sensazione di una narrazione trattenuta, lenta, quasi sospesa.

Non è un libro che corre: non è un thriller e non è costruito per dare al lettore soddisfazioni immediate.

Chi cerca una trama movimentata, con svolte continue e descrizioni esplicite, potrebbe trovarlo noioso. Carrère lavora invece su piccoli slittamenti, su indizi emotivi, su una tensione psicologica che cresce senza dichiararsi del tutto.

Però è bene saperlo: è un libro che chiede attenzione ai dettagli e disponibilità a stare nell’ambiguità e nella psicologia.

Da leggere?

Sì.

La settimana bianca è un Carrère breve e disturbante. Non è il Carrère più saggistico, non è quello che mette se stesso al centro del racconto, non è ancora l’autore che nei libri successivi mescolerà autobiografia, cronaca, reportage e riflessione morale con quella libertà che lo renderà riconoscibilissimo. Eppure è già pienamente Carrère.

Ci sono già le sue ossessioni: la cronaca, l’ambiguità, la normalità che si incrina, la zona d’ombra tra ciò che una persona mostra e ciò che nasconde. C’è già la sua capacità di avvicinarsi all’orrore senza trasformarlo in spettacolo. C’è già il suo modo di togliere distanza ai “mostri”, riportandoli dentro la vita ordinaria, dentro le famiglie, dentro le abitudini.

E’ un romanzo completamente inventato, che anticipa lo stile con cui l’autore racconterà fatti di cronaca sempre più reali nel corso della sua carriera.

E alla fine resta quella sensazione tipica dei libri migliori: il continuare a pensare e porsi domande anche giorni dopo aver terminato il romanzo.

  • Quanto un bambino davvero comprende delle cose grandi che accadono nella sua famiglia.
  • Quante spiegazioni non avute, ma percezioni date dai comportamenti dei grandi, possono rimanere dentro, mescolandosi con fantasie e paure, plasmare il carattere e vincolare lo sviluppo emotivo?
  • Quanto sapeva davvero Nicolas?
Andrea Stella
Andrea Stellahttps://emmeaservizi.it/
Laureato in Relazioni Internazionali all'Università di Bologna nel 2010, nel 2011 ho conseguito il Master di II Livello in Management presso la Bologna Business School. Dal 2011 al 2020 Marketing Manager, Project Manager ed Account per clienti di diversi settori e dimensioni all'interno dell'Agenzia di Comunicazione Guermandi Group. Dal 2020 al 2024 attivo come Libero Professionista, in qualità di Consulente di Comunicazione e Marketing Digitale. Dal 2025 socio e responsabile area marketing e comunicazione di EMME A Servizi.

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