Un Romanzo tra Storia, Coraggio e Vita Ostinata all’Isola d’Elba
La Libreria Biblion ha ospitato la presentazione del nuovo romanzo di Paola Cereda, “La figlia del ferro”, edito da Giulio Perrone Editore. L’autrice è tornata a Granarolo, dove era già stata per presentare il libro “Quella metà di noi” e per un incontro online durante la pandemia per “Le tre notti dell’abbondanza”, per un nuovo incontro in presenza.
“La figlia del ferro” è ambientato in un periodo e un luogo molto precisi: l’Isola d’Elba tra il 1943 e la Liberazione (43-44). Il romanzo si basa su uno sfondo storico di fatti realmente accaduti, ma il personaggio principale è inventato, sebbene ispirato a una figura reale.
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L’ispirazione e la genesi del romanzo
L’idea del libro è nata, come spesso accade, in modo inatteso. L’autrice ha sentito la storia per la prima volta a cena con la compagna di suo suocero (il marito dell’autrice è elbano). Si raccontava di una festa per la Giornata Internazionale della Donna a Portoferraio, dove vennero premiate donne che si erano distinte. Fu nominata Olimpia, una donna premiata perché durante la Seconda Guerra Mondiale, in occasione dello sbarco alleato, compì un gesto molto coraggioso che salvò la vita ad altre donne.
Questa storia colpì l’autrice perché, pur essendo forte, era piena di “vuoti” e domande. La letteratura, come spiega l’autrice, lavora proprio lì, nelle imperfezioni e nelle crepe delle storie. Questa vicenda, unita al coraggio di Olimpia e alla sua modernità nel vivere il proprio corpo incurante dei giudizi dell’epoca (cosa notevole per l’Elba degli anni ’40), ha generato il desiderio di indagarla.
Il Personaggio di Iole
Nel libro, Iole è una ragazzina di 16 anni. Si trova in una situazione difficile: il padre amato è morto, e la madre, Annarita, decide di risposarsi e trasferirsi a Pianosa, lasciando le figlie. Iole si ritrova sola, ma vive con una libertà di pensiero e una gestione del proprio corpo “assolutamente fuori del tempo” e affascinante. Questa libertà potrebbe derivare dall’influenza del padre, Umberto, descritto come un anarchico che l’aveva educata a una grande libertà di pensiero e alla giustizia. Iole è un personaggio “assolutamente fuori dall’ordinario” rispetto alla società patriarcale e chiusa che la circonda.
Il Complesso Lavoro di Ricostruzione
La scrittura del romanzo ha richiesto tre anni di lavoro, indagando in tre direzioni diverse:
- L’ambientazione storica: Fondamentale perché l’isola d’Elba visse la guerra in modo diverso rispetto al resto d’Italia fino al 1943. Successivamente, si verificarono eventi di grande portata: l’armistizio, il bombardamento tedesco e l’occupazione, l’affondamento dello Sgarallino (il più grande disastro civile mediterraneo della SGM, con la perdita di 300 vite), l’eccidio di Procchio, e 54 bombardamenti alleati su Portoferraio prima dello sbarco. Ricostruire e mettere in fila questi eventi, con la loro terminologia specifica (sull’Elba si parla di “sbarco” e non di “liberazione”), è stato un lavoro notevole.
- Il paesaggio e i luoghi: Per l’autrice, i luoghi non sono solo sfondo ma “paesaggio”, inteso come un luogo che “dentro ha persone in relazione”. Addentrarsi nei vicoli di Portoferraio, conoscere i nomi storici delle strade (come Via del Paradiso, oggi Via Albano Gasperi, dove vive Iole, o Piazza Padella, oggi Piazza Pietro Gori), permette di materializzare i personaggi. Anche l’isola di Pianosa, dove si trasferisce la madre di Iole, è importante per la sua storia di isola-carcere e per il fascino dei suoi paradossi.
- Le interviste: La fase emotivamente più coinvolgente. L’autrice ha intervistato donne tra gli 84 e i 94 anni che erano bambine o adolescenti all’epoca. La chiarezza dei loro ricordi ed emozioni è stata sorprendente. L’autrice lavora con la “verità narrativa”, cioè su come le persone raccontano le storie, sentendo la responsabilità di custodire e restituire queste testimonianze in modo condivisibile. Dettagli specifici nel libro, come un paio di scarpe o un quadro, provengono da queste storie di vita.
Verità Storica vs. Verità Narrativa
L’autrice sottolinea di non lavorare con la verità storica nel senso assoluto, poiché non si saprà mai dove sta la verità fino in fondo, e “francamente non ci interessa nemmeno”. Ciò che le interessa è la verità narrativa, il modo in cui le storie vengono raccontate dalle persone. L’impianto storico è vero, ma la storia finale è una fusione di ricerca, luoghi e testimonianze.
L’Impatto della Guerra e la “Letteratura del Melograno”
La guerra, anche se l’occupazione tedesca all’Elba non fu descritta come “particolarmente feroce”, ridusse le persone alla miseria e a una difficile lotta per la sopravvivenza. Vengono menzionate storie di ragazze giovanissime mandate “a servizio” nel nord, come Tecla, una delle sorelle maggiori di Iole. L’autrice racconta la storia di Tecla, segnata da un episodio di abuso, come esempio di resilienza e riscatto.
L’autrice rifiuta l’etichetta di “letteratura del dolore”, preferendo definirla “letteratura del melograno”. Questa idea è nata osservando piante di melograno che davano frutto in una città rasa al suolo in Nagorno-Karabakh. Il focus è sull'”ostinazione” della vita a sopravvivere, a dare frutto, a rinascere. Attraversare il dolore per dargli un senso e considerare anche la parte bella della vita, come la vitalità e le scelte di una ragazzina come Iole.
Il Ruolo delle Donne e la Complessità dello Sbarco Alleato
Un altro tema centrale nei romanzi dell’autrice è la forza vitale delle donne, anche nelle loro imperfezioni e fragilità. Questa forza, che l’autrice ritrova più nelle donne, non è una scelta consapevole ma forse legata anche alla sua esperienza personale. Sottolinea come il “paesaggio” in cui nasciamo ci determini in parte, ma esista una pagina non scritta che possiamo riempire con le nostre scelte, mosse non solo dal bisogno ma anche dal desiderio.
La seconda parte del romanzo affronta lo sbarco delle truppe alleate nel 1944. L’autrice esplora la complessità di questo evento, vissuto sull’isola più come uno “sbarco” che come una “liberazione”. Un aspetto delicato riguarda le truppe coloniali francesi, spesso chiamate “tirailleurs sénégalais” sebbene provenienti da diverse colonie. La ricerca su di loro è stata difficile, trovando materiale quasi esclusivamente in francese. L’autrice voleva accendere una luce su chi fossero, da dove venissero e cosa accadde loro dopo la guerra.
Il tema del corpo e del suo uso in guerra (corpi delle donne, corpi dei soldati) è centrale per comprendere questo aspetto. L’autrice smonta il “falso storico” di un documento che autorizzasse le truppe a 48 ore di “libertà” per fare “qualsiasi cosa”. In realtà, non esisteva un divieto a tali azioni, e l’assenza di un ordine da violare rendeva impossibile l’intervento contro gli abusi. Questo parallelo con le guerre attuali mostra come certi meccanismi si ripetano.
Recuperare la Complessità
Uno degli obiettivi principali del romanzo è recuperare la complessità dei fattori in gioco. L’autrice non vuole giustificare fatti gravissimi, ma contrastare la tendenza a ridurre la complessità (“da A deriva B, allora togli B e tutto si risolve”). Vuole invece restituire al lettore il desiderio di porsi domande e approfondire. I personaggi non danno risposte, ma vivono le loro storie.
L’autrice ricerca per ogni storia una lingua appropriata, che arrivi al punto senza essere spoglia, usando metaforicamente ora lo scalpello ora il pennello. Affrontare la storia dello sbarco e delle truppe coloniali era difficile per il rischio di alimentare visioni semplicistiche o razziste, ma la volontà di raccontare la complessità e la necessità di coraggio, come la sua protagonista Iole, hanno guidato il lavoro. Il romanzo, in definitiva, si propone di porre interrogativi e lasciare questioni aperte all’approfondimento.

