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“Come se ne esce” di Francesco Costa

“Come se ne esce. Il mondo dopo Donald Trump“, di Fracesco Costa, pubblicato da Mondadori nella collana Strade Blu nel settembre 2026, è un saggio davvero molto interessante. Devo dire che dopo l’ultimo libro “Questa è l’America”, che aveva pubblicato un anno fa, temevo in un calo della passione di Costa verso gli Stati Uniti. Era un libro formato da aneddoti godibilissimi, ma avevo notato una certa stanchezza verso l’argomento Stati Uniti. In questo caso invece, ho trovato un nuovo slancio.

Costa è sempre un grande narratore e anche questa volta riesce a trasformare un saggio di politica americana in un viaggio molto piacevole. Ci sono capitoli brevi e scorrevoli, tanti personaggi, tante città, molti aneddoti e continui spostamenti da una parte all’altra degli Stati Uniti.

E questa volta c’è una tesi precisa. Non è un affresco, ma un percorso documentato e fattuale che riassume molte delle cause che ci hanno portato alla crisi attuale degli Stati Uniti e fornisce, non una proposta per uscirne (quella la deve dare la politica), ma descrive come quella risposta deve essere strutturata. Per fare fin da subito un piccolo spoiler: una delle tesi fondamentali di questo libro è che, se i problemi sono reali, non basta dimostrare che le risposte di Trump siano sbagliate, ma bisogna formularne di migliori e più convincenti.

Quindi Costa basa questo libro sull’indagine di quali risposte stanno emergendo fra i progressisti americani più promettenti, perché mentre noi siamo impegnati a osservare ossessivamente Trump, negli Stati e nelle città americane, qualcosa si sta muovendo. Ci sono nuovi volti e nuove proposte, nuove modalità di comunicazione e nuove idee. Non sappiamo ancora quale sarà quella vincente, ma c’è un certo fermento.

Francesco Costa ci sta dicendo chiaro e forte che gli USA di oggi non sono l’unica causa dell’instabilità mondiale, sono uno dei tanti esempi di un sistema che era basato sui presupposti del 1945 e che oggi non regge più. Come i Democratici americani cercano nuove strategie, anche noi dovremmo farlo. Guardare all’America, serve dunque per ragionare su ciò che tutto il mondo occidentale dovrebbe fare se la china che stiamo prendendo non ci piace.

Come se ne esce - Francesco Costa

La trama di Come se ne esce

Come se ne esce parte da un presupposto importante: Donald Trump non è l’origine di tutti i problemi degli Stati Uniti. È il prodotto di problemi che esistevano prima di lui e che continueranno a esistere dopo la fine della sua presidenza.

Per capire da dove ripartire, Costa comincia da uno dei punti più scomodi per chi appartiene al campo progressista: gli errori dei Democratici.

Si parla del malgoverno di alcune grandi città, della difficoltà di costruire case, dei servizi pubblici che non funzionano abbastanza bene, dell’aumento dei costi, di amministrazioni che promettono moltissimo e poi si incastrano tra regolamenti, veti e comitati locali capaci di bloccare qualsiasi cosa. È una parte importante perché aiuta a capire qualcosa che dall’Europa può sembrare incomprensibile: come abbia potuto una parte dell’elettorato americano arrivare nel 2024 alla conclusione che Trump fosse, quantomeno, un’alternativa accettabile.

Costa dedica spazio ad uno dei suoi grandi cavalli di battaglia: il malgoverno della California, esemplificativo di delle esagerazioni e dell’incapacità dei Democratici. Paradossalmente, le esperienze di governo migliori dei Democratici, sono negli stati più contesi, dove i governi hanno concorrenza e devono convincere gli elettori con i fatti. In California, dove una vera competizione non c’è, i Democratici sono diventati più radicali e molto meno efficaci.

Uno dei primi personaggi analizzati è Gavin Newsom, probabilmente uno dei politici Democratici più conosciuti fuori dagli Stati Uniti. Il ritratto che ne esce è severo: grande comunicatore, molto efficace in televisione, capace di occupare lo spazio mediatico e di rispondere agli avversari, ma con un’esperienza amministrativa che il libro considera molto più problematica. Il punto è soprattutto politico: saper dominare il confronto interno al proprio campo (perché in carriera le uniche elezioni competitive cui ha partecipato sono primarie), non significa automaticamente aver trovato il linguaggio per riconquistare elettori che da quel campo si sono allontanati, cosa indispensabile se si vuole vincere una campagna elettorale negli stati in bilico.

Costa prosegue attraversando gli Stati Uniti alla ricerca di Democratici che stanno provando strade diverse: candidati che vincono o diventano competitivi in territori rurali, in stati conservatori o in comunità dove il messaggio standard del partito funziona poco. Oppure figure appartenenti alla sinistra più radicale, come Bernie Sanders, Alexandria Ocasio-Cortez e Zohran Mamdani. Personaggi molto diversi tra loro, ma interessanti perché provano a costruire consenso partendo da problemi quotidiani e facilmente riconoscibili: il costo della casa, quello dei trasporti, della sanità, della spesa.

Il caso di Mamdani è forse quello che riassume meglio questa parte del libro. Costa racconta una politica radicale nei contenuti ma estremamente concreta nella comunicazione, capace di partire persino dal prezzo del chicken over rice venduto per strada per arrivare al costo della vita a New York.

Poi arriva l’immigrazione.

Costa ricostruisce gli errori dell’amministrazione Biden nella gestione del confine e il progressivo esasperarsi di una parte dell’opinione pubblica. In quel contesto le proposte molto dure di Trump hanno trovato uno spazio politico enorme. Ma il pendolo si è mosso di nuovo. La seconda amministrazione Trump ha trasformato l’immigrazione in una gigantesca operazione di enforcement, con un forte aumento degli arresti e un ruolo sempre più visibile dell’ICE. Nel 2026 i sondaggi hanno mostrato una distinzione interessante: molti americani continuano a sostenere controlli severi e deportazioni, ma una maggioranza considera eccessivi i metodi utilizzati.

Si riapre così uno spazio politico che sembrava essersi completamente chiuso per i Democratici.

Il problema, racconta Costa, è trovare un linguaggio capace di tenere insieme due cose: riconoscere che esiste un problema di controllo del confine, rifiutare violenza ed bullismo, ma dare risposte concrete ai problemi e alle paure della popolazione. Gli esempi di rilievo in questo caso sono Ruben Gallego in Arizona, senatore democratico dal 2025, e James Talarico in Texas, oggi candidato democratico al Senato.

Poi c’è la corruzione.

Costa parte dalla seconda amministrazione Trump e da una gestione del potere che descrive come clamorosamente sfacciata nei rapporti tra politica, denaro e interessi privati, ma allarga immediatamente il discorso, perché il problema non nasce con Trump.

La corruzione, i conflitti di interesse e soprattutto la sensazione che esistano regole diverse a seconda di chi si è, sono gli elementi che alimentano la sfiducia nei confronti dell’intera classe politica da prima di Trump. Quando si pensa che tutti rubino, chi dichiara apertamente di rubare non è il peggiore, è solo il più sincero. Per questo motivo le enormi aberrazioni di Trump in questo campo non creano lo scandalo che dovrebbero creare.

Per i democratici quindi è fondamentale recuperare la fiducia degli elettori, ma come si recupera quella fiducia? Costa racconta alcuni Democratici che stanno provando a collegare la denuncia della corruzione a un discorso più ampio sul servizio pubblico, sulle istituzioni e persino sul patriottismo. Tra gli esempi ci sono Jon Ossoff in Georgia e Josh Shapiro in Pennsylvania.

Poi c’è Pete Buttigieg.

Tra i protagonisti dell’amministrazione Biden è probabilmente quello al quale Costa dedica maggiore attenzione per la capacità di sperimentare una strategia comunicativa diversa. Buttigieg va nei podcast, accetta conversazioni lunghe e soprattutto entra negli spazi frequentati da chi normalmente non vota Democratico. Fox News compresa.

Non è solo una tattica occasionale. Ancora nel settembre 2026 Buttigieg spiegava pubblicamente l’importanza di andare negli ambienti conservatori invece di parlare soltanto con persone già d’accordo con lui. La politica, dopotutto, dovrebbe servire anche a convincere qualcuno che inizialmente non la pensa come te.

Nell’ultima parte il libro allarga ulteriormente lo sguardo.

Si parte dalla politica estera di Trump per arrivare alla crisi dell’ordine internazionale costruito dopo la Seconda guerra mondiale.

La tesi è: Trump può evitare di rispettare le regole dell’ordine internazionale perché quel sistema era già entrato in crisi. Le regole condivise hanno perso forza, le organizzazioni internazionali faticano a imporle e le grandi potenze sono tornate a ragionare sempre più apertamente in termini di rapporti di forza.

Trump non crea questo mondo. Ne prende atto e decide che, se le regole valgono sempre meno, agli Stati Uniti conviene comportarsi come bulli. Delle volte questo funziona (come a Gaza dove è riuscito a negoziare lo stop ai bombardamenti dove Biden aveva fallito o in Venezuela con la destituzione di Maduro), molte altre no (come in Iran o in Ucraina).

Il problema è che le conseguenze non riguardano soltanto gli americani. Riguardano anche noi e l’inazione non fermerà questo processo. Se la china che sta prendendo il mondo non ci piace, occorre muoversi e formulare risposte più convincenti rispetto ai nostri avversari politici.

Cosa c’è dentro questo libro

Dentro Come se ne esce c’è molta politica americana, naturalmente, ma secondo me sarebbe riduttivo considerarlo semplicemente un libro sui Democratici o sui possibili protagonisti del prossimo ciclo elettorale.

Il vero tema è un altro.

Cosa deve fare una democrazia quando una parte consistente dei cittadini smette di pensare che il sistema sia in grado di risolvere i problemi?

Per molto tempo una parte della risposta a Trump è stata costruita intorno alla difesa delle istituzioni, sottolineando come Trump violi le regole, metta in pericolo la democrazia, dica falsità o si arricchisca con il suo ruolo di Presidente.

Tutto questo è importante, ma non basta.

Ed è probabilmente il concetto più interessante del libro: dimostrare che la risposta di Trump a un problema è sbagliata non significa aver dato una risposta migliore a quel problema.

Se le case costano troppo, bisogna costruire una politica per far costare meno le case. Dove il confine non funziona, bisogna spiegare come farlo funzionare. Quando i servizi pubblici sono inefficienti, bisogna renderli efficienti. Se le persone pensano che le istituzioni siano corrotte, non basta spiegare loro che l’alternativa sarebbe peggiore.

Occorre ricostruire credibilità.

È qui che Come se ne esce diventa anche un libro che definirei ottimista, o quantomeno propositivo.

Non perché minimizzi quello che sta succedendo negli Stati Uniti. Al contrario, Costa dedica molto spazio agli errori dei Democratici e alle conseguenze delle scelte dell’amministrazione Trump. L’ottimismo deriva dal fatto che il libro guarda soprattutto a ciò che viene dopo.

In America esistono decine di laboratori politici locali. Sindaci, governatori, deputati statali, senatori e candidati sperimentano linguaggi differenti. Alcuni provano a recuperare gli elettori rurali. Altri costruiscono una sinistra urbana molto più radicale. Altri ancora cercano una forma di centrismo meno tecnocratico e più popolare.

Non sappiamo quale di queste strade diventerà dominante ed è proprio questo il punto.

Il sistema politico americano possiede un meccanismo brutale ma efficace per mettere queste proposte una contro l’altra: le primarie.

Prima arriveranno le elezioni di metà mandato, durante le quali queste strategie verranno sperimentate in contesti molto differenti. Poi arriverà il momento in cui il Partito Democratico dovrà mettere insieme queste esperienze e scegliere una proposta nazionale.

È difficile non pensare, leggendo queste pagine, a quanto sia stato anomalo il passaggio Biden-Harris del 2024, avvenuto senza una vera competizione aperta capace di mettere alla prova candidati, linguaggi e programmi davanti agli elettori. Ed è altrettanto difficile non confrontare questo dinamismo con la politica europea.

Non perché negli Stati Uniti esista una soluzione già pronta, esiste però un gigantesco laboratorio. Come se ne esce è interessante soprattuto per il racconto di quel laboratorio.

Lo stile

Costa è un abile narratore. Probabilmente è questa la ragione principale per cui i suoi libri funzionano anche quando parlano di sistemi elettorali, amministrazioni comunali, immigrazione o politica estera.

Non costruisce il libro come una lunga dimostrazione teorica, ma si sposta. Va in Arizona, Texas, California, Pennsylvania, Georgia, New York. Incontra persone, racconta campagne elettorali, recupera episodi apparentemente secondari e poi li usa per spiegare qualcosa di più grande.

I capitoli sono brevi e la lettura è velocissima.

Da questo punto di vista Come se ne esce mi è sembrato anche più lineare dell’ultimo Costa.

C’è una tesi identificabile e quasi tutto ciò che viene raccontato serve a rafforzarla. L’aneddotica non diventa mai fine a sé stessa, ma viene utilizzata per mostrare che dietro alle categorie generiche — “i Democratici”, “la sinistra americana”, “gli elettori rurali” — esistono persone che stanno provando cose differenti.

È probabilmente il modo migliore per raccontare un paese enorme e politicamente molto meno uniforme di quanto sembri osservandolo dall’Italia.

Un pregio del libro

Il pregio principale è proprio questo: fa vedere che qualcosa si sta muovendo.

È particolarmente utile per chi non segue quotidianamente la politica americana. Guardata dall’Italia, la situazione può sembrare molto semplice: Trump occupa ogni giorno televisioni, giornali e social network, mentre i Democratici sembrano non fare nulla.

Come se ne esce mostra perché questa rappresentazione sia incompleta.

Il Partito Democratico non è un organismo unitario che si riunisce in una stanza per decidere quale sarà la strategia dei prossimi quattro anni. È una costellazione enorme di amministratori, organizzazioni, candidati e correnti che stanno reagendo alla sconfitta in modi differenti.

Costa va a cercare proprio quelle reazioni. Il risultato è una specie di mappa della politica americana che verrà.

Molti dei nomi raccontati nel libro saranno i protagonisti delle primarie democratiche e quando inizierà davvero la prossima stagione presidenziale, sarà utile conoscere le idee, le strategie e i contesti da cui arrivano.

È un libro sorprendentemente poco rassegnato. Non dice che andrà tutto bene. Dice qualcosa di più utile: che il futuro non è ancora stato deciso.

Le risposte che fino a ieri sembravano sufficienti non funzionano più. Quelle nuove devono ancora essere costruite. Qualcuno però ha già cominciato a provarci, almeno negli Stati Uniti.

Un difetto del libro

Il primo difetto è quasi inevitabile.

Se come me avete letto gli altri libri di Costa, leggete ogni settimana la newsletter, ascoltate Wilson e guardate i video di Da Costa a Costa su YouTube, molte cose vi sembreranno familiari. Alcuni personaggi, episodi e ragionamenti sono inevitabilmente passati anche dagli altri canali attraverso cui Costa racconta gli Stati Uniti. Per chi lo segue in modo quasi compulsivo, quindi, l’effetto novità si riduce.

Il secondo difetto mi interessa di più.

In alcuni passaggi, soprattutto nella prima parte dedicata al malgoverno delle città democratiche, ho avuto la sensazione che Costa selezionasse gli esempi in maniera un po’ troppo funzionale alla tesi.

Intendiamoco, la tesi di fondo è codivisibile e la condivido: una forza politica che vuole presentarsi come quella della buona amministrazione deve poi essere capace di amministrare bene, e molte delle grandi città americane governate da Democratici presenta problemi evidenti.

Però quando si racconta dell’esodo degli americani da una città all’altra, come si sottolinea il colore dell’amministrazione di partenza (sempre città democratiche), bisognerebbe sottolineare anche il colore delle città di destinazione, spesso democratiche anch’esse. Il rischio è di semplificare troppo la situazione per chi non è un conoscitore fanatico della politica americana. Due esempi su tutti: Dallas e Nashville, descritte come città in espansione perché ben governate, sono città democratiche in stati repubblicani (anche se Johnson di Dallas ha cambiato recentemente partito).

Quando si descrive in termini così foschi la California, dicendo giustamente che le persone “votano con le scarpe”, lasciando uno Stato così inefficiente per altri meglio governati, bisognerebbe anche spiegare perché gli elettori delle grandi città californiane continuano a votare democratico nonostante tutte le catastrofi. Altrimenti, il fatto che la California sia da sola la quarta o quinta economica mondiale sembra un incidente dalla storia inspiegabile. Costa ci ha scritto un libro intero su questo argomento specifico, quindi giustamente non lo approfondisce qui, ma un lettore meno attento potrebbe non capire perché in California la maggior parte delle persone si ostinino a votare Democratico, se tutto va così male.

Sono sfumature, che non ribaltano la tesi del libro, anzi la rafforzano. E proprio perché Come se ne esce è destinato soprattutto a chi non possiede già una conoscenza quasi patologica come la mia della politica americana, secondo me qualche sfumatura in più avrebbe reso ancora più forte l’argomentazione. Perché queste sfumature cotribuiscono a spieare come i Democratici che riescono a vincere in Stati dove la competizione è più aspra, poi sono “costretti” a governare meglio. E’ giusto una precisazione utile a rendere il cherry picking degli aneddoti meno lineare.

Da leggere?

Beh, che ve lo dico a fare? Certo che si.

Se non seguite quotidianamente la politica americana, probabilmente è uno dei libri più utili per capire dove si trovino oggi gli Stati Uniti.

Se invece, come me, siete già immersi ogni giorno in newsletter, podcast, elezioni speciali, governatori, mappe dei distretti e sondaggi, troverete comunque un grande piacere nella lettura e punti di vista mai banali.

Finalmente un libro che non parla più di come siamo arrivati fino a Trump, ma di cosa viene dopo.

Come se ne esce non pretende di conoscere la risposta e non individua un salvatore o una formula politica definitiva. Fa qualcosa di più interessante: va a cercare i posti nei quali qualcuno sta già provando a costruirla e allarga lo sguardo ben oltre gli Stati Uniti.

Guarda la presentazione del libro

Andrea Stella
Andrea Stellahttps://emmeaservizi.it/
Laureato in Relazioni Internazionali all'Università di Bologna nel 2010, nel 2011 ho conseguito il Master di II Livello in Management presso la Bologna Business School. Dal 2011 al 2020 Marketing Manager, Project Manager ed Account per clienti di diversi settori e dimensioni all'interno dell'Agenzia di Comunicazione Guermandi Group. Dal 2020 al 2024 attivo come Libero Professionista, in qualità di Consulente di Comunicazione e Marketing Digitale. Dal 2025 socio e responsabile area marketing e comunicazione di EMME A Servizi.

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