In America di Susan Sontag è un romanzo storico, ma anche un libro sul teatro, sull’emigrazione e sulla possibilità di diventare qualcun altro.
È una storia ambientata durante la conquista dell’Ovest, anche se i suoi protagonisti non assomigliano affatto ai pionieri che siamo abituati a incontrare nei romanzi e nei film americani.
Sono ricchi, colti, raffinati. Viaggiano in prima classe, discutono di arte e filosofia e arrivano in California inseguendo il sogno ingenuo di una vita semplice.
Naturalmente non sono minimamente preparati ad affrontarla.

La trama di In America
Nel 1876 un gruppo assortito di intellettuali polacchi decide di lasciare l’Europa e trasferirsi negli Stati Uniti.
A guidarli è Maryna Zalezowska, la più famosa e carismatica attrice teatrale della Polonia. Intorno a lei si raccolgono il marito Bogdan, il giovane scrittore Ryszard, alcuni amici, familiari e ammiratori.
Sono persone benestanti, abituate ai salotti, alle conversazioni intellettuali e alle comodità della vita europea. Eppure subiscono il fascino di un progetto radicale: abbandonare tutto, raggiungere la California e fondare una piccola comunità agricola.
Sognano una vita agreste, semplice e autentica. Una vita lontana dalle convenzioni sociali, dalle ambizioni personali e dalla mondanità.
Arrivano in America viaggiando in prima classe. Attraversano il continente non sui carri coperti dei pionieri, ma via mare, passando dall’America Centrale e sbarcando direttamente a San Francisco.
Anche il West che incontrano è diverso da quello della mitologia americana. È un territorio già conquistato e collegato al resto del Paese, ma ancora molto più aspro, grande e vuoto rispetto alla vecchia Europa.
La compagnia si stabilisce nei pressi di Anaheim, in una California meridionale ancora rurale. Intorno ci sono campi coltivati a vite e arance, montagne al confine con il deserto e l’Oceano Pacifico a poche ore di cavallo. È difficile pensare che quelle distese agricole saranno un giorno ricoperte dalle case, dalle strade e dalle periferie sterminate di Los Angeles.
Il clima è molto più indulgente di quello della Polonia. Il paesaggio sembra promettere libertà e possibilità infinite, ma il fascino bucolico della campagna si scontra presto con le difficoltà della fatica quotidiana.
I protagonisti non sanno coltivare la terra, amministrare una fattoria o sopportare la ripetitività del lavoro agricolo. La loro comunità utopica comincia così a perdere pezzi. Quella che doveva essere una nuova vita si rivela un’ambizione velleitaria e ingenua.
Quando il progetto fallisce, Maryna è costretta a tornare al teatro. Impara l’inglese, affronta un sistema completamente diverso da quello europeo e ricostruisce la propria carriera. Diventerà una diva anche in America.
Il romanzo è ispirato alla vera storia di Helena Modrzejewska, celebre attrice polacca che nel 1876 emigrò in California insieme al marito, al figlio e a un gruppo di amici. Dopo il fallimento della loro comunità agricola, intraprese con il nome di Helena Modjeska una fortunata carriera sui palcoscenici americani.
Cosa c’è dentro questo libro
Dentro In America c’è innanzitutto una storia di frontiera molto diversa dal solito.
I protagonisti non sono contadini poveri, perseguitati religiosi o famiglie disposte ad affrontare qualsiasi pericolo pur di ottenere un pezzo di terra. Sono intellettuali europei ricchi e privilegiati. Non partono per necessità. Partono perché sono affascinati dall’idea di potersi liberare della propria identità e ricominciare da capo. L’America rappresenta per loro un territorio fisico, ma soprattutto mentale. È il luogo in cui sembra possibile smettere di essere ciò che si è sempre stati.
È questo uno dei temi centrali del romanzo: la reinvenzione. In Europa ogni personaggio è definito dalla propria nascita, dalla famiglia, dalla posizione sociale e dal giudizio degli altri. In America queste coordinate sembrano improvvisamente meno rigide.
Il passato non scompare, ma perde parte del suo potere. Si può cambiare nome, imparare una nuova lingua, abbandonare una carriera e poi ricominciarla. Si può persino fallire e trasformare quel fallimento nell’inizio di una vita nuova.
C’è poi il mito della frontiera. Susan Sontag lo racconta senza riproporre la consueta storia di sacrificio, tenacia e successo. La comunità agricola dei protagonisti fallisce. La terra non li rende persone migliori e non premia il loro coraggio.
I nostri pionieri vengono sconfitti dal lavoro, dall’impreparazione e dalla distanza tra la vita immaginata e quella reale. L’America non realizza il loro progetto, offre però a ciascuno la possibilità di trovare una strada differente.
Maryna, soprattutto, riesce progressivamente a sentirsi americana. Non perché dimentichi la Polonia, ma perché accetta l’idea che la propria identità possa essere costruita e rappresentata.
Da questo punto di vista, il passaggio dalla campagna al teatro non è una rinuncia, ma probabilmente la vera conquista dell’America.
Il teatro europeo e il teatro americano
Dentro questo libro c’è soprattutto il teatro.
Il teatro europeo è contrapposto a quello americano. Sono diversi i pubblici, gli attori, gli impresari, gli ingaggi e i contratti. Sono diverse anche le tournée. In Europa le città sono relativamente vicine. In America ogni spostamento diventa un viaggio interminabile attraverso un continente enorme, affrontato su treni, navi e carrozze.
Maryna deve imparare una nuova lingua, che rende molto diverso essere espressivi e comunicare con il pubblico.
In Europa è già una diva. Il suo nome, il suo passato e la sua reputazione precedono ogni apparizione. In America deve ricominciare.
Deve trasformare il proprio accento in un tratto distintivo, adattarsi a gusti differenti e convincere spettatori che non conoscono nulla della sua storia.
Susan Sontag racconta molto bene anche la condizione dell’attrice.
Maryna vive costantemente fra sincerità e rappresentazione. Interpreta sentimenti scritti da altri, ma per renderli credibili deve attraversarli davvero. La finzione teatrale produce emozioni autentiche. La vita fuori dal palco, al contrario, richiede spesso di recitare.
Maryna è moglie, madre, amante, artista e personaggio pubblico. Non è mai soltanto una di queste cose. Nel romanzo lei stessa di interroga continuamente su dove finisca la persona e dove cominci l’attrice.
Forse, sembra suggerire Sontag, questa distinzione non esiste davvero.
Lo stile
La caratteristica più evidente del romanzo è il continuo cambio di punto di vista.
All’inizio incontriamo un narratore esterno, presente ma quasi invisibile, che si aggira durante una festa e osserva i protagonisti senza essere visto. È un’apertura lunga, affollata e volutamente disorientante. Entriamo nella storia come se fossimo ospiti non invitati, costretti ad ascoltare conversazioni e a ricostruire lentamente rapporti, caratteri e tensioni.
Poi la narrazione cambia.
Entriamo nei pensieri di Maryna attraverso le sue lettere. Seguiamo Bogdan attraverso il diario. Leggiamo le parole di Ryszard, i suoi racconti e le sue riflessioni. A queste voci si aggiungono monologhi, soliloqui di grandi attori, citazioni del teatro classico e improvvise intrusioni del narratore.
I punti di vista si alternano spesso senza stacchi netti.
La narrazione passa dalla prima alla terza persona, dalla cronaca al diario, dalla lettera alla riflessione saggistica. Una voce entra nell’altra e il lettore deve continuamente capire chi sta parlando e da quale posizione sta osservando gli avvenimenti.
Non è un esercizio formale fine a sé stesso. La molteplicità delle voci riflette il tema centrale del romanzo: ogni identità è una costruzione e ogni storia cambia a seconda di chi la racconta.
Anche l’America è vista in molti modi diversi. Per qualcuno è una terra rozza e provinciale, per qualcun altro è un luogo libero dalle convenzioni europee. Per altri ancora è soltanto un Paese enorme, scomodo e difficile da comprendere.
La scrittura di Susan Sontag è ricca e precisa. Si percepisce il lavoro di documentazione dietro la ricostruzione degli ambienti, dei viaggi, delle città e del mondo teatrale ottocentesco.
Un pregio del libro
Il pregio principale di In America è il modo originale con cui racconta l’emigrazione e la frontiera americana. I protagonisti sono ricchi, istruiti e privilegiati, ma questo non li rende capaci di affrontare la durezza del territorio. Arrivano convinti che la cultura, l’entusiasmo e le buone intenzioni siano sufficienti per costruire una comunità.
Non lo sono.
Il progetto agricolo fallisce e la compagnia si disperde. Da questo punto di vista, il romanzo racconta una sconfitta. Ma non è una sconfitta definitiva.
Maryna non riesce a trasformarsi nella donna semplice che aveva immaginato di diventare. Riesce però a reinventarsi come attrice americana. Anche suo marito e suo figlio trovano progressivamente una nuova collocazione nel Paese.
L’America non concede loro la vita che avevano progettato. Concede qualcosa di diverso: la possibilità di cambiare progetto.
È questa ambivalenza a rendere il romanzo interessante. Susan Sontag non presenta gli Stati Uniti come la terra in cui ogni sogno si realizza. Li descrive come un luogo in cui è possibile fallire senza essere necessariamente condannati dal fallimento.
Il secondo grande pregio è la scrittura.
Il ritmo non è incalzante e i colpi di scena sono pochi, ma la capacità di osservazione, la profondità dei ragionamenti e la ricchezza delle voci rendono il romanzo davvero notevole. Non a caso In America ha vinto il National Book Award per la narrativa nel 2000.
Un difetto del libro
Abituati come siamo alla fretta e alla frenesia, In America può risultare lento. La storia procede per accumulo, più che attraverso improvvise svolte narrative.
Ci sono molte conversazioni, molte riflessioni sul teatro, molte lettere e numerose digressioni. Susan Sontag si prende il tempo necessario per ricostruire un mondo e per entrare nei pensieri dei personaggi.
Non sempre il lettore di oggi ha la stessa pazienza e ammetto di averlo letto anche io in più fasi, dopo averlo lasciato sul comodino per settimane.
Anche la continua alternanza delle voci richiede attenzione. Bisogna accettare di perdersi per qualche riga, di non comprendere immediatamente chi stia raccontando e di seguire ragionamenti che sembrano allontanarsi dalla vicenda principale.
Non è un libro difficile, ma al tempo stesso non offre una trama costruita per trascinare il lettore velocemente verso la conclusione. Chiede invece di abitare a lungo dentro i personaggi, i paesaggi e le idee.
Da leggere?
Assolutamente sì.
Per gli appassionati di teatro è un romanzo quasi imperdibile. Susan Sontag racconta la vita dell’attrice, il rapporto con il pubblico, la costruzione di un personaggio, le tournée e le differenze tra il teatro europeo e quello americano.
Ma è un libro da leggere anche per gli appassionati di America. La California che incontriamo è molto diversa da quella contemporanea. Anaheim è ancora una colonia agricola. Los Angeles non è ancora la città sterminata che conosciamo. Il deserto, le montagne e il Pacifico sembrano vicinissimi e allo stesso tempo separati da distanze immense.
Soprattutto, In America propone un punto di vista non scontato sulla frontiera. Non racconta la conquista di un territorio selvaggio, ma il tentativo di un gruppo di europei di conquistare una nuova identità. Quel tentativo fallisce nella forma in cui era stato immaginato. Eppure permette ai protagonisti di diventare persone diverse.
Infine, è un libro da leggere per la scrittura di Susan Sontag.
Una scrittura profonda, stratificata e capace di andare oltre gli avvenimenti, trasformando una storia di emigrazione in una riflessione sulla finzione, sull’identità e sul bisogno umano di ricominciare.

