La Route 66, conosciuta anche come “Mother Road”, è una delle strade più iconiche del mondo. Aperta nel 1926, collegava Chicago a Santa Monica per un totale di circa 4.000 chilometri attraverso otto stati americani. Oggi, anche se non è più una highway ufficiale del sistema stradale federale, rimane un simbolo potente dell’immaginario americano, del viaggio su strada e della libertà.
Una strada, un mito
Negli Stati Uniti, la Route 66 rappresenta molto più di un itinerario: è un’arteria culturale che ha accompagnato spostamenti, migrazioni e sogni. Negli anni della Grande Depressione fu percorsa da famiglie dirette verso la California in cerca di lavoro e futuro. Più tardi, tra gli anni ’50 e ’70, divenne sinonimo di road trip, diners, motel al neon e stazioni di servizio. La sua fama è stata alimentata da canzoni, romanzi e film, fino a diventare un mito condiviso, riconoscibile in ogni parte del mondo.
Il soprannome “Mother Road” proviene dal romanzo Furore (The Grapes of Wrath) di John Steinbeck, dove la strada viene descritta come la via maestra della speranza per i migranti del Dust Bowl. Ancora oggi, per molti americani, rappresenta l’identità profonda del paese: ampia, aperta, polverosa, capace di collegare orizzonti geografici e interiori.
La Route 66 come attrazione globale
Per chi arriva da fuori, la Route 66 è spesso un viaggio nell’immaginario collettivo: una cartolina vivente che unisce nostalgia, avventura e folklore. Attira migliaia di visitatori da tutto il mondo, soprattutto europei. È facile incontrare turisti italiani, francesi, tedeschi e spagnoli, molti dei quali affrontano l’intero percorso in moto, in auto d’epoca o a bordo di pullman organizzati. Dopo giorni su strade deserte e poco battute, la Route 66 riporta alla presenza del turismo internazionale, trasformandosi in un corridoio culturale animato, quasi teatrale.
La Route 66 oggi
I paesi attraversati lungo la Route 66 offrono un mix particolare e affascinante tra estetica kitsch e decadenza autentica, sospesi tra la memoria di un passato glorioso e l’incertezza del presente. Le vecchie stazioni di servizio dai colori sgargianti, i motel in stile anni ’50 con insegne al neon sbiadite e i diner che sembrano usciti da un film si alternano a edifici fatiscenti, facciate scrostate e strutture semiabbandonate. In molti casi, questi spazi non sono stati ristrutturati per tornare a essere funzionali, ma sono stati “congelati” nel tempo, diventando scenografie turistiche che conservano intatta la loro estetica originale, spesso amplificata in chiave nostalgica o folkloristica.
Lungo la strada, molte di queste attività sono oggi riattivate dal turismo lento, attratto dall’autenticità imperfetta del luogo più che dalla sua efficienza. Vecchi negozi di souvenir, autorimesse trasformate in musei e carrozzerie decorate con vecchie targhe e pompe di benzina vintage non offrono solo un prodotto o un servizio, ma raccontano una storia di resistenza culturale e identitaria. È come se ogni insegna sbiadita, ogni macchina d’epoca parcheggiata davanti a un emporio, fosse un tentativo di trattenere un’epoca che altrove è stata cancellata dal progresso.
Quanto di questo fascino è reale e quanto è costruito a tavolino?
Chi visita gli Stati Uniti capisce subito che questa domanda non ha senso. Negli Stati Uniti tutto è costruito, ma non per questo è meno reale o la gente del posto ci crede di meno.
Sotto la patina di fascino retrò, la sensazione di fragilità e marginalità è evidente. La Route 66, un tempo arteria vitale dell’economia americana, è stata progressivamente svuotata dalla nascita delle highway moderne, più veloci ma meno radicate nel territorio. Molti dei centri urbani che essa attraversa hanno subito un declino demografico ed economico, e oggi sopravvivono in parte grazie al mito della strada stessa. Il rischio di trasformarsi in teatri vuoti per turisti di passaggio è reale: dietro la vetrina del souvenir o del diner restaurato, restano comunità segnate dalla disoccupazione, dalla scarsità di servizi e dall’invecchiamento della popolazione.
Questo contrasto tra la narrativa eroica della Route 66 e la realtà quotidiana di chi vi abita conferisce al viaggio una dimensione più complessa. Non è solo un itinerario pittoresco, ma un percorso attraverso una periferia americana fatta di ricordi, reinvenzioni e silenzi, dove il presente convive faticosamente con la leggenda.
Vale la pena fare la Route 66?
Se siete indecisi e l’idea di andare a fare un itinerario molto turistico non vi convince del tutto, penso non abbiate tutti i torti. Tuttavia, secondo me, fare la Route 66, del tutto o in parte, vale decisamente la pena.
- Percorrere la strada che ha contribuito a costruire l’immaginario americano, ha sempre senso. Per capire in prima persona cosa significhi, come è cambiato, da dove deriva il fascino, ecc…
- Capire come gli americani sono i numeri uno nel costruire l’immaginario di cui al punto precedente è assolutamente importante. Costruire e “vendere” la cultura americana è parte della loro essenza e viaggiando per questi luoghi si impara a mettere da parte lo snobismo europeo per le “baracconate” e a capire non c’è nulla di finto: se ci credi e lo vivi, diventa vero.
- I paesaggi e i luoghi che si attraversano sono assolutamente incredibili e imperdibili.
- E’ un percorso facile, pieno di diner per mangiare e motel per dormire. Per chi va negli U.S.A. per le prime volte è un ottimo inizio: una palestra perfetta per poi lasciare le rotte del turismo di massa e lanciarsi nelle strade secondarie.
Frammenti di viaggio lungo la 66
Il nostro percorso personale su questa strada si è costruito nel tempo, a tratti, in tre momenti diversi, tra il 2022 e il 2024. Non è stato un viaggio lineare, ma una serie di incontri con pezzi sparsi di un mito che continua a mutare, tra conservazione e abbandono.
2022 – Dal Grand Canyon a Los Angeles
Il primo contatto risale al 2022, quando abbiamo percorso a piedi il punto finale della Route 66, sul molo di Santa Monica, a Los Angeles. Esatto: abbiamo iniziato proprio dalla fine.

Poi però l’abbiamo percorsa come si deve, cioè al volante di una macchina, di ritorno dalla visita al South Rim del Grand Canyon. Lungo il rientro verso Los Angeles, abbiamo seguito la Route 66 per quanto ancora visibile e percorribile. Alcuni tratti sono ben mantenuti, come quelli tra Williams, Seligman, Kingman e Oatman, mentre in altri casi la strada si interrompe o si perde nel deserto. Da Needles a Barstow, ad esempio, abbiamo deviato sull’autostrada moderna: la Old Route 66 è ormai scomparsa in quella zona.


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2023 – Dal Missouri a Chicago
Il secondo tratto lo abbiamo fatto nel 2023, attraversando il Midwest. Siamo tornati sulla Route 66 a Rolla, Missouri, per poi seguire il tracciato fino a St. Louis, quindi da lì abbiamo proseguito fino a Bloomington (Illinois) e infine raggiungto Chicago, il punto d’origine ufficiale della Route 66.

Questo segmento offre un volto diverso della “Mother Road”, più verde, urbano e popolato. Lungo il tragitto si incontrano musei dedicati alla Route 66, stazioni di benzina restaurate, vecchie insegne pubblicitarie e lunghi tratti ancora asfaltati con il logo dipinto direttamente sulla carreggiata. La strada sembra respirare un’atmosfera più celebrativa, quasi museale, rispetto ai segmenti desertici del Sud-Ovest.


2024 – New Mexico e Arizona
Il terzo incontro è avvenuto nel 2024, ancora una volta negli stati del Sud-Ovest. Prima un breve tratto tra Moriarty e Albuquerque (New Mexico), poi un percorso più lungo tra Gallup e Flagstaff, in Arizona. Questo segmento si distingue per la presenza di paesaggi naturali straordinari e siti geologici di rilievo come il Meteor Crater, il Painted Desert e la Petrified Forest National Park.
La Route 66 qui si fonde con la potenza del paesaggio e con la cultura navajo. Le cittadine attraversate portano con sé i segni del passaggio, ma anche della resistenza: piccoli empori, mercatini di artigianato, stazioni di servizio riconvertite in negozi di souvenir, alternati a lunghi silenzi desertici.



